Banche e danni

La responsabilità della banca

La banca e gli istituti di credito rispondono dei danni procurati  ai clienti e a terzi, sia per attività diretta (interessi, anatocismo, informazione ecc.), che indiretta (fatto illecito del dipendente). 

Danni risarcibili

Divieto della capitalizzazione degli interessi trimestrali. Anatocismo.

Dopo oltre 40 anni, la giurisprudenza, grazie ad una ormai famosa sentenza della cassazione (n. 2374/1999), ha mutato indirizzo dichiarando che le capitalizzazioni trimestrali degli interessi della banca, per decenni applicate dalle banche nei contratti di conto corrente, sono nulle perchè in violazione delle disposizioni imperative previste dall’art. 1283 del codice civile.

Banca, anatocismo e interessi – Risarcimento dei danni

Gli interessi bancari nell’affidamento e nello scoperto di conto corrente

Se siete titolari di uno scoperto di conto corrente e/o affidamento con tasso d’interesse passivo pattuito, controllate sempre l’estratto conto trimestrale inviato dalla banca per verificare se la banca abbia o meno applicato il tasso concordato e gli interessi siano corretti. Tale controllo è necessario se si considera che può accadere che la banca ne applichi uno superiore.

Sembrerà strano, ma proprio chi ha richiesto e ottenuto uno scoperto di conto corrente o affidamento dalla banca non verifica mai le singole partite o operazioni o interessi indicati nell’estratto conto che trimestralmente invia la banca, non verifica, in particolare, il conto relativo agli interessi. Il cliente in questo caso controlla esclusivamente il risultato finale: la disponibilità del fido, la diminuzione o l’aumento dell’esposizione (in realtà credo che neppure questo accada, in quanto l’affidato che usa lo scoperto richiede allo sportello più volte, il saldo; per avere in qualsiasi momento il controllo della situazione). In ogni caso, anche nella ipotesi in cui si avvedesse della applicazione da parte della banca di un tasso di interessi superiore, non sempre il cliente potrebbe evidenziare. Infatti, se di errore si fosse trattato, certo la banca vi porrebbe rimedio. Ma se la banca ha consuetudine propria di aumentare i tassi per poi comunicare la variazione con l’estratto trimestrale al fine di sanare la posizione? Il cliente avrebbe in questo caso il potere contrattuale di resistere ad una richiesta della banca, per esempio, di rientro immediato dello scoperto?

Un correntista che, invece, ha un conto corrente attivo controlla effettivamente gli estratti conto trimestrali, in ogni loro partita, e se nota qualcosa che non va, immediatamente fa valere le proprie ragioni. E ha il potere contrattuale per farlo! Controllate gli interessi.

La questione, pertanto, è se l’invio dell’estratto conto sani e convalidi l’aumento del tasso passivo operato unilateralmente dalla banca.

Il 1° comma dell’art. 1832 civile specifica che l’estratto conto s’intende approvato se non contestato nel termine pattuito o previsto dagli usi e al comma 2 che l’estratto deve essere impugnato entro il termine decadenza per errori o di scritturazione o di calcolo.

Ma la mancata contestazione e/o impugnazione non preclude la contestazione relativa alla validità ed efficacia dei rapporti obbligatori da cui derivano gli addebiti o gli accrediti: in sostanza, può sempre impugnarsi (nel termine di prescrizione di dieci anni) l’applicazione da parte della banca di un tasso d’interesse passivo superiore al pattuito.

Infatti, lart. 1284 del codice civile prevede che gli interessi ultralegali debbano essere pattuiti con atto scritto e tale forma scritta è richiesta ad substantiam. In difetto, sono dovuti alla banca gli interessi legali o, naturalmente, quelli pattuiti in misura inferiore ed è possibile richiedere alla banca quanto indebitamente percepito negli ultimi dieci anni.

Obbligo della banca di depositare tutti gli estratti conto – Cassazione n. 18541/2013

 

Danni da illegittima segnalazione alla centrale rischi

Cassazione sentenza n. 15609/2014: “In sostanza, la sentenza d’appello, come emerge dalla ricordata motivazione, ha ritenuto che – provata l’illiceità della segnalazione – fossero stati pure dimostrati il pregiudizio alla reputazione e la conseguente situazione di difficoltà aziendale (per la riduzione degli affidamenti e la necessità di reperirne altri) derivati dall’altrui condotta; laddove il riferimento allo “stress” appare riferito piuttosto alla disfunzione amministrativa e gestionale collegata alla ricerca di fonti di finanziamento alternative, e non ad uno stato psicologico come tale.
In tal modo, la corte territoriale si è attenuta ai principi costanti che riconoscono, in ipotesi di illegittima segnalazione del debitore alla centrale rischi, sia il danno non patrimoniale alla persona, anche giuridica, con riguardo ai valori della reputazione e dell’onore (essendo anche i soggetti collettivi titolari dei diritti della personalità a tutela costituzionale ex art. 2 Cost.), sia il danno al patrimonio, che può essere oggetto della prova presuntiva, quale conseguenza per l’imprenditore di un peggioramento della sua affidabilità commerciale, essenziale anche per l’ottenimento e la conservazione dei finanziamenti, con lesione del diritto ad operare sul mercato secondo le regole della libera concorrenza (cfr., per tali principi, le decisioni Cass. 30 agosto 2007, n. 18316; 4 giugno 2007, n. 12929; 18 aprile 2007, n. 9233; 28 giugno 2006, n. 14977; 3 aprile 2001, n. 4881; 23 marzo 1996, n. 2576; v. pure Cass. 18 settembre 2009, n. 20120, in tema di assicurazione contro i danni).
In particolare, anche nei confronti dell’ente collettivo è configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale, intesa come qualsiasi conseguenza pregiudizievole di un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento ma di riparazione: allorquando, cioè, il fatto lesivo incida su di una situazione giuridica dell’ente che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla costituzione (Cass. 1 ottobre 2013, n. 22396; 12 dicembre 2008, n. 29185; 4 giugno 2007, n. 12929).
Entrambi tali danni, inoltre, possono essere liquidati in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c. (cfr. Cass. 2 settembre 2008, n. 22061).”

 

Danno da illegittima negoziazione di assegni

Si verifica nell’ipotesi in cui la banca paghi un assegno contraffatto e/o alterato, ovvero quando paghi un assegno ad un soggetto non legittimato all’incasso.

Le ipotesi più frequenti sono:

– pagamento di assegno con la clausola non trasferibile a soggetto diverso dall’intestatario indicato nel titolo stesso;

– pagamento di assegno con girata irregolare.

La ratio della responsabilità è nel fatto che la banca deve identificare la persona che incassa l’assegno e deve verificarlo come il legittimo prenditore indicato nel titolo stesso.

Responsabilità e danni dovuti dalla banca per omesse informazioni in materia di intermediazione finanziaria.

La banca nel operazioni di fornitura di servizi di investimento deve comportarsi con diligenza informando sempre e continuativamente gli investitori.

La banca è obbligata a tale comportamento dal D.Lgs n. 58 del 1998 e dal Regolamento Consob del 1998.

In sostanza, gli istituti di credito devono agire con “diligenza, correttezza e trasparenza” (sin dall’inizio e al momento della proposta di investimento), devono fornire durante gli investimenti tutte le informazioni necessarie al cliente per la corretta gestione del proprio patrimonio, devono consigliare i clienti solo dopo averli adeguatamente informati rischi, costi, ipotesi di investimento ecc.).  Nei contratti di investimento non possono  essere introdotte specifiche pattuizioni di esonero per la banca dal fornire tutte quelle informazioni di cui alla detta normativa.

La violazione di tali norme è causa di risoluzione del contratto per inadempimento ovvero è causa di nullità del contratto con la banca per violazione di norme imperative. Con risarcimento dei danni.

La nuova normativa in materia di interessi bancari, art. 120, comma 2, del TU bancario:

“All’articolo 120 del testo unico di cui al decreto legislativo 1º settembre 1993, n. 385, il comma 2 è sostituito dal seguente:«2. Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:a) nelle operazioni in conto corrente sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori;b) gli interessi periodicamente capitalizzati (contabilizzati) non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale»”.

 

La Banca e i protesti  

Cassazione Sentenza n. 11130 del 13 maggio 2009 (illegittimo protesto di cambiale). Danni

La banca presso cui il pagherò cambiario risulta pagabile, in quanto soggetto che richiede la levata del protesto per omesso pagamento, qualora ha notizia dell’intervenuto pagamento, ha l’obbligo di attivarsi per impedire che, attraverso il protesto, si verifichino gli effetti pregiudizievoli di un evento che non ha più ragione d’essere a fronte dell’intervenuto pagamento del titolo. In mancanza di tale attivazione si configura una responsabilità da contatto, oltre che da comportamento omissivo in relazione all’affidamento incolpevole dell’interessato, che aveva comunicato l’avvenuto pagamento dell’effetto cambiario, essendosi verificata una situazione che esige il compimento di una determinata attività a tutela di un diritto altrui.

I danni all’onore, alla reputazione ed all’immagine vanno provati. Cassazione n. 15224/2010. «Reputa infatti il collegio di dover dare senz’altro continuità al più recente orientamento di questa corte secondo cui la semplice illegittimità del protesto, pur costituendo un indizio in ordine all’esistenza di un danno alla reputazione, da valutare nelle sue diverse articolazioni, non è di per sè sufficiente per la liquidazione del danno medesimo, essendo necessarie la gravità della lesione e la non futilità del pregiudizio conseguente; elementi, questi, che possono esser provati anche mediante presunzioni semplici, fermo però restando l’onere del danneggiato di allegare gli elementi di fatto dai quali possa desumersi l’esistenza e l’entità del pregiudizio (così Cass. 25 marzo 2009, n. 7211)».

 

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