Avvocato  Fabio Scatamacchia
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I comuni e i danni

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Sentenze: dissesto strada Cassazione n. 23277/10 e Sentenza 2 luglio - 15 ottobre 2010, n. 21328 - Cass. sent. n. 23924 del 19.11.2007 - Cassazione 1691/2009 - Tribunale di Trani, sentenza n. 1241/08 - Cassazione penale sez. IVsentenza 08.02.2008 n° 6267 - Cass.2 febbraio 2007, n. 2308 Tribunale di Caltanissetta, Sentenza 19 dicembre 2009, n. 614 - Insidia stradale e comuni: Cassazione civile, sentenza n. 21328 /2010 - Danni provocati da animali sulle strade, cassazione ordinanza n. 4788/14 - Caduta marciapiede, Corte di Cassazione n. 22528/14  -  Caduta albero su strada, Corte di Cassazione sentenza n. 22330/14

 

 

 

La responsabilità civile dei Comuni

 

Come ottenere il giusto risarcimento dei danni dai Comuni  

Anche la questione del risarcimento dei danni richiesto ai Comini per gli incidenti che si verificano a causa dei dissesti delle strade è in continua evoluzione. Danni da mancata custodia e manutenzione delle strade.

In particolare, la problematica è quale sia la disposizione del codice civile cui fare riferimento: l'art. 2043 (Risarcimento per fatto illecito.  Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno. (Cod. Pen. 185),  ovvero l'art. 2051 (Danno cagionato da cosa in custodia. Ciascuno e responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito (1218,1256).

La differenza è sostanziale.

L'applicazione dell'art. 2043 fà sì che sia il danneggiato a dover provare la colpa del Comune, allegando in causa che la "buca" rappresentava  un pericolo occulto (definito anche insidia o trabocchetto), caratterizzato dalla coesistenza dell’elemento oggettivo della non visibilità e dell’elemento soggettivo della imprevedibilità.

L'applicazione dell'art. 2051 consente una inversione della prova: il comune è obbligato a custodire le strade, con la conseguenza che è responsabile dei danni cagionati alle persone e cose, nei limiti in cui non vi sia l’impossibilità di governo del territorio. L’obbligo di custodia sussiste se vi è:·    a)      il potere di controllare la cosa;·      b)    il potere di modificare la situazione di pericolo insita nella cosa o che in essa si è determinata;·c)          il potere di escludere qualsiasi terzo dall’ingerenza sulla cosa nel momento in cui si è prodotto il danno.   (Il comune è obbligato a custodire le strade, con la conseguenza che è responsabile dei danni cagionati alle persone e cose, nei limiti in cui non vi sia l’impossibilità di governo del territorio. L’obbligo di custodia sussiste se vi è: il potere di controllare la cosa; il potere di modificare la situazione di pericolo insita nella cosa o che in essa si è determinata; il potere di escludere qualsiasi terzo dall’ingerenza sulla cosa nel momento in cui si è prodotto il danno. Se anche il danneggiato ha avuto un ruolo causale nella determinazione dell’evento dannoso troverà applicazione l’art. 1227 c.c.  -  Cassazione civile , sez. III, sentenza 27.03.2007 n° 7403).      
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La custodia delle strade, l'art. . 2051 c.c.: «E’ costante nella giurisprudenza della Corte il principio secondo cui la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza in essa di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato - con effetto liberatorio totale o parziale - anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale tale da interrompere del tutto il nesso eziologico tra la cosa e l’evento dannoso o da affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno (da ultimo Cass. 7 aprile 2010 n 8229).
Rispetto alle strade aperte al pubblico transito la Corte ha ritenuto che la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ. è applicabile in riferimento alle situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo configurabile il caso fortuito in relazione a quelle situazioni provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere. Ai fini del giudizio sulla prevedibilità o meno della repentina alterazione della cosa, occorre, secondo la Corte, aver riguardo, per quanto concerne pericoli derivanti da situazioni strutturali e dalle caratteristiche della cosa, al tipo di pericolosità che ha provocato l’evento di danno e che, ove si tratti di una strada, può atteggiarsi diversamente, in relazione ai caratteri specifici di ciascun tratto ed agli eventi analoghi che lo abbiano in precedenza interessato. (Cass. 3 aprile 2009, n. 8157)».
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Cassazione sentenza n. 6537/2011. Sentenza in materia di cose in custodia ex art. 2051 codice civile. La responsabilità di chi ha cose  custodia fà sì che vi è responsabilità anche nel caso di modifiche da parte di terzi,  ove si accerti che il fatto è dovuto ad un'anomalia  della strada e (come scrive la sentenza)  o degli «strumenti di protezione della stessa». Tutto ciò in forza del potere di sorveglianza in capo a chi ha la cosa in custodia.

Danni, risarcimento da mancata custodia, art. 2051 codice civile - Cassazione sentenza n. 4476/2011

Scavalcamento di guardrail, risarcimento danni, cassazione sentenza n. 15302/2013

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Sentenza della Cassazione n. 23277/10: interessante decisione in materia di danni provocati dal dissesto della strada. «È consolidata affermazione di questo giudice di legittimità che, in tema di responsabilità per danni da beni di proprietà della Pubblica amministrazione, qualora non sia applicabile la disciplina di cui all'art. 2051 cod. civ., in quanto sia accertata in concreto l'impossibilità dell'effettiva custodia del bene, a causa della notevole estensione dello stesso e delle modalità di uso da parte di terzi, l'ente pubblico risponde dei pregiudizi subiti dall'utente, secondo la regola generale dell’art. 2043 cod. civ., norma che non limita affatto la responsabilità della P.A. per comportamento colposo alle sole ipotesi di esistenza di un’insidia o di un trabocchetto. Conseguentemente, secondo i principi che governano l'illecito aquiliano, graverà sul danneggiato l'onere della prova dell’anomalia del bene, che va considerata fatto di per sé idoneo - in linea di principio - a configurare il comportamento colposo della P.A., mentre spetterà a questa dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l'utente si sia trovato di percepire o prevedere con l'ordinaria diligenza la suddetta anomalia o l'impossibilità di rimuovere, adottando tutte le misure idonee, la situazione di pericolo (confr. Cass. 6 luglio 2006, n. 15383). Non è superfluo aggiungere che siffatto ordine di idee ha a suo tempo ricevuto il significativo avallo della Corte costituzionale la quale, chiamata a scrutinare la conformità con gli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione degli artt. 2051, 2043 e 1227 cod. civ., ha ritenuto infondato il dubbio proprio in ragione della aderenza ai principi della Carta fondamentale del nostro Stato dell’interpretazione affermatasi nella giurisprudenza di legittimità (confr. Corte cost. n. 156 del 1999). 2.1. Principio altrettanto pacifico è poi che, allorquando si faccia valere la responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione per danni subiti dall'utente a causa delle condizioni di manutenzione di una strada pubblica, la valutazione della sussistenza di un'insidia, caratterizzata oggettivamente dalla non visibilità e soggettivamente dalla non prevedibilità del pericolo, costituisce un giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente e logicamente motivato (confr. Cass. civ., 19 luglio 2005, n. 15224). 3. Venendo al caso di specie, il giudice di merito ha affermato che l'instabilità del tombino costituiva, in mancanza di qualsivoglia segnalazione dei lavori in corso e di recinzione della zona interessata, un pericolo occulto e imprevedibile, segnatamente rimarcando l'incongruità della linea difensiva della convenuta amministrazione - volta a rovesciare sull'infortunata la responsabilità dell'accaduto - alla luce del criterio, di elementare buon senso, che proprio per la mancanza di ogni segnalazione, l'utente poteva camminare indifferentemente sull'uno o sull'altro lato della strada. Ciò significa che il decidente ha valutato, in termini che non possono essere tacciati di implausibilità e di illogicità rispetto al contesto fattuale di riferimento, la sussistenza dei presupposti per l'applicabilità del presidio generale di cui all'art. 2043 cod. civ. e ha poi dato del suo convincimento una motivazione esaustiva e corretta. Tanto basta perché la relativa valutazione si sottragga al sindacato di questa Corte.»

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Autostrada e ghiaccio. Cass. sentenza 4495/11. «In esito al nuovo orientamento inaugurato da Cass., n. 298/03, cui s’è allineata la giurisprudenza successiva, costituisce ormai principio consolidato quello secondo il quale per le autostrade, contemplate dall’art. 2 del vecchio e del nuovo C.d.S. e per loro natura destinate alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza, l’apprezzamento relativo alla effettiva “possibilità” del controllo alla stregua degli indicati parametri non può che indurre a conclusioni in via generale affermative, e dunque a ravvisare la configurabilità di un rapporto di custodia per gli effetti di cui all’art. 2051 c.c.. Nell’applicazione del principio occorre peraltro distinguere le situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze dell’autostrada, da quelle provocate dagli stessi utenti ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa, che pongano a repentaglio l’incolumità degli utenti e l’integrità del loro patrimonio. Mentre, invero, per le situazioni del primo tipo, l’uso generalizzato e l’estensione della res costituiscono dati in via generale irrilevanti in ordine al concreto atteggiarsi della responsabilità del custode, per quelle del secondo tipo dovrà configurarsi il fortuito tutte le volte che l’evento dannoso presenti i caratteri della imprevedibilita e della inevitabilità come accade quando esso si sia verificato prima che l’ente proprietario o gestore, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata al fine di garantire un intervento tempestivo, potesse rimuovere o adeguatamente segnalare la straordinaria situazione di pericolo determinatasi, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere. Si è anche reiteratamente chiarito che il caso fortuito è fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile, bensì al profilo causale dell’evento (ex multis, Cass., n. 15383/06), sicchè la prova liberatoria non è suscettibile di essere condotta sul piano della sussistenza o meno della colpa».

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Danni da attraversamento di cinghiale. Cassazione, sentenza n. 23095/2010. «Alle Regioni, quindi, compete l’obbligo di predisporre tutte le misure idonee ad evitare che gli animali selvatici arrechino danni a persone o a cose e, pertanto, nell’ipotesi (corrispondente al caso in esame) di danno provocato dalla fauna selvatica ed il cui risarcimento non sia previsto da apposite norme, la Regione può essere chiamata a rispondere in forza della disposizione generale contenuta nell’art. 2043 cod. civ.: Cass. 1 agosto 1991, n. 8470; 13 dicembre 1999, n. 13956; 14 febbraio 2000, n. 1638; 24 settembre 2002 n. 13907».

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Sentenza 2 luglio - 15 ottobre 2010, n. 21328: «In relazione alle censure esposte il ricorso merita accoglimento, sotto il profilo che alla fattispecie in esame, descritta obbiettivamente come contesto storico in relazione alla dinamica dell’incidente, si attaglia la disciplina dell’art. 2051 c.c., secondo la linea interpretativa evolutiva da ultimo espressa da questa Corte con la sentenza 22 aprile 2010 n. 9456. Secondo i principi di diritto enucleati nella sentenza citata, la presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c. si applica per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, tra i quali le strade, tutte le volte in cui sia possibile, da parte dell’ente proprietario o che abbia la disponibilità e il godimento della res, la custodia intesa come potere di fatto o signoria sul bene medesimo. La nozione della custodia rappresenta dunque un elemento strutturale dell’illecito, che qualifica il potere dell’ente sul bene che esso amministra nell’interesse pubblico. I criteri di valutazione della cd. esigibilità della custodia, ineriscono alla natura ed alle caratteristiche del bene da custodire, e dunque, nel caso di specie, riguardano la estensione della strada, la dimensione, le dotazioni ed i sistemi di assistenza, di sicurezza, di segnalazioni di pericolo, generico e specifico, che sono funzionali alla sicurezza della circolazione ed in particolare dell’utente, persona fisica, che quotidianamente percorre quel tratto statale che, interessando il centro storico cittadino, particolarmente frequentato da pedoni e da veicoli, rientra nelle possibilità di controllo e di adeguato esercizio dei poteri di custodia e relativi provvedimenti cautelari, vuoi con la presenza di vigili, vuoi con la apposizione di segnali che evidenziano il pericolo generico di strada antica e sdrucciolevole per la presenza di fossati e dislivelli. La responsabilità resta esclusa in presenza di caso fortuito, la cui prova grava sull’ente, per effetto della presunzione iuris tantum, ovvero se l’utente danneggiato abbia tenuto un comportamento colposo tale da interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, potendosi eventualmente ritenere, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1 un concorso di colpa idoneo a diminuire, in proporzione della incidenza causale, la responsabilità della pubblica amministrazione, sempre che tale concorso sia stato dedotto e provato.
La motivazione della Corte di appello, nella concisa ed incompleta motivazione - da ff. 3 a 6 - si discosta dai principi soprarichiamati, seguendo un indirizzo superato, espresso da ultimo in Cass. 25 luglio 2008 n. 20427, che privilegia la pubblica amministrazione con una nozione di custodia delimitata dal principio di esigibilità, senza ancorarla a criteri obbiettivi di valutazione, tali da considerare ed equilibrare una lettura costituzionalmente orientata del precetto di garanzia contenuto nell’art. 2051, che pure appartiene alla figura generale di un illecito qualificato dalla condotta del soggetto agente che dispone di poteri speciali e pubblici di custodia del bene. Sussiste pertanto vuoi la violazione della norma su cui sussumere la fattispecie concreta, vuoi la difettosa valutazione e descrizione, che costituisce il vizio della motivazione, delle distinte azioni e condizioni del vespista, che circola su strada antica in centro storico senza adeguate informazioni sulle condizioni di sicurezza, e della posizione di custodia e vigilanza delle autorità comunali in relazione ai poteri di segnalazione e controllo del traffico pedonale e veicolare. Applicando correttamente i principi richiamati, la valutazione delle condotte pone da un lato, la evidenza di una responsabilità comunale, e da altro lato la prova del nesso causale tra la caduta e la pericolosità della strada.»
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Cass. sent. n. 23924 del 19.11.2007: «Ne deriva che, secondo tale autorevole interprete, il fattore decisivo per l'applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. debba individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l'impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all'uso generale e diretto da parte dei terzi, considerati meri indici di tale impossibilità, ma all'esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto degli indici suddetti. In questa direzione si è orientata anche negli ultimi anni la giurisprudenza di questa Corte, i cui più recenti arresti hanno segnalato, con particolare riguardo al demanio stradale, la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della .custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all'estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità- del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all'interno della perimetrazione del centro abitato (v. Cass. n. 3651/2006; n. 15384/2006). Questo procedimento di verifica in merito all'esistenza del potere di controllo e vigilanza di cui si discute, come è stato dimostrato correttamente dalla ricorrente mediante trascrizione nel ricorso di significativi passaggi della decisione di primo grado (v. pag. 6 del ricorso), è stato puntualmente eseguito dal Tribunale di Ravenna, e con esito assolutamente affermativo, mentre è stato totalmente omesso dalla Corte di merito, che si è trincerata dietro l'inapplicabilità in via di principio dell'art. 2051 c.c. alla manutenzione delle strade da parte della P.A.»

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Cassazione Sez.III, 23 gennaio 2009, n. 1691
La Corte di Cassazione con una recente sentenza (Cass. Sez.III, 23 gennaio 2009, n. 1691) ha ribadito la precedente giurisprudenza (vedi sopra, Cass. sent. n. 23924 del 19.11.2007), precisando ulteriormente che «Sintomatico, in questo senso, deve considerarsi la circostanza, anch'essa tenuta presente dalla Corte di merito (ma da questa non valorizzata ai fini della riconducibilità della responsabilità del Comune di Roma nell'ambito di cui all'art. 2051 cc), che ha riguardo alla suddivisione in “zone” della manutenzione delle strade del territorio comunale, affidata in appalto a varie imprese, tra cui quella Antonio V.È indubbio, infatti, che, contrariamente a quanto ritenuto in sentenza gravata, tale “zonizzazione” comporta per il Comune, sul piano meramente fattuale, un maggiore grado di possibilità di sorveglianza e di controllo sui beni del demanio stradale, con conseguente responsabilità del Comune stesso per i danni da essi cagionato, salvo ricorso del caso fortuito». In sostanza, la circostanza che il comune abbia diviso in zone la manutenzione delle strade (come certo accade per le grandi città) è un elemento che aumenta il grado di di possibilità della manutenzione, con conseguente maggiore responsabilità per il comune.
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Interessante sentenza del Tribunale di Trani, sentenza n. 1241/08, che nella parte in diritto così motiva: «Brevemente, in diritto, deve precisarsi che, per giurisprudenza ormai consolidata (cfr. da ultimo, Cassazione civile, sez. IlI, 25 luglio 2008, n. 20427), la responsabilità per danni ai sensi dell'art. 2051 cod. civ. ha natura oggettiva, in quanto si fonda sul mero rapporto di custodia, cioè sulla relazione intercorrente fra la cosa dannosa e colui il quale ha l'effettivo potere su di essa (come il proprietario, il possessore o anche il detentore) e non sulla presunzione di colpa, restando estraneo alla fattispecie il comportamento tenuto dal custode; a tal fine, occorre, da un lato, che il danno sia prodotto nell'ambito del dinamismo connaturale, del bene o per l'insorgenza in esso di un processo dannoso, ancorché provocato da elementi esterni, e, dall'altro, che la cosa, pur combinandosi con l'elemento esterno, costituisca la causa o la concausa del danno; pertanto, l'attore deve offrire la prova del nesso causale fra la cosa in custodia e l'evento lesivo, nonché la prova dell'esistenza di un rapporto di custodia relativamente alla cosa, mentre il convenuto deve dimostrare l'esistenza di un fattore esterno che, per il carattere dell'imprevedibilità e dell'eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso di causalità, cioè il caso fortuito", in presenza del quale è esclusa la responsabilità del custode (Cassazione civile, sez. II, 29 novembre 2006, n. 25243). Tale fattore esterno può essere rappresentato anche dal comportamento imprudente del danneggiato: se questo comportamento è stato eccezionale o straordinario (come nel caso in cui vi sia stato uso improprio della cosa), esclude totalmente il nesso di causalità tra cosa in custodia e danno (caso fortuito del danneggiato); se, invece, è stato tale da concorrere soltanto nella causazione dell'evento e, perciò, non è idoneo da solo ad interrompere il nesso eziologico tra la causa, costituita dalla cosa in custodia e il danno, può anche integrare il concorso colposo del danneggiante nella produzione del danno ai fini dell'art. 1227, co. 1, cod. civ. Occorre, dunque, verificare in fatto se la P.A., omettendo di custodire adeguatamente il bene demaniale strada abbia o non determinato un pericolo non visibile e non prevedibile e, perciò, non evitabile dall'utente con - l'uso della normale diligenza».
 

La pubblica amministrazione, omettendo il controllo sulla strada controllabile, perchè non eccessivamente estesa, deve aver creato un pericolo per il cittadino.

Un caso a parte è costituito dalle autostrade, che necessitano di maggiore controllo (reti di protezione, guard rail ecc.). La  Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, con la sentenza del 2 febbraio 2007, n. 2308, ha confermato la sentenza  dei giudici di merito di condanna del gestore di autostrada per incidente verificatosi per l'attraversamento dell'autostrada da parte di un cane, vista l' omessa custodia (art. 2051 c.c.) e la  mancata prova esimente.

In conclusione, per ottenere il giusto risarcimento dei danni sarà necessario verificare il singolo caso ed analizzare nello specifico la questione al fine di verificare le condizioni dell'azione e le relative prove.

La domanda di risarcimento va sempre rivolta al comune, stato o ente gestore della strada, che potranno chiamare in causa le ditte da loro designate per la custodia.

Nel caso di lesioni il responsabile dei danni provocati in incidente stradale determinato da buche sulla strada potrà rispondere anche penalmente (Cfr. Cassazione penale sez. IV, sentenza 08.02.2008 n° 6267)

La sentenza sulla custodia di autostrada

"..........Quanto al denunciato vizio di violazione di legge, di cui sub a), occorre rilevare che la più recente giurisprudenza di questa Corte (Cass. 3651/2006) ha chiarito che la disciplina di cui all'art. 2051 c.c. si applica anche in tema di danni sofferti dagli utenti per la cattiva od omessa manutenzione dell'autostrada da parte del concessionario, in ragione del particolare rapporto con la cosa che ad esso deriva dai poteri effettivi di disponibilità e controllo sulla medesima, salvo che dalla responsabilità presunta a suo carico il concessionario si liberi dando la prova del fortuito, consistente non già nella dimostrazione dell'interruzione del nesso di causalità determinato da elementi esterni o dal fatto estraneo alla sfera di custodia (ivi compreso il fatto del danneggiato o del terzo), bensì anche nella dimostrazione - in applicazione del principio di cd. vicinanza alla prova - di avere espletato, con la diligenza adeguata alla natura e alla funzione della cosa, in considerazione delle circostanze del caso concreto, tutte le attività di controllo, vigilanza e manutenzione su di esso gravanti in base a specifiche disposizioni normative e già del principio generale del neminem laedere, di modo che, pertanto, il sinistro appaia verificato per un fatto non ascrivibile a sua colpa......."
 

Cassazione penale sez. IV, sentenza 08.02.2008 n° 6267 "A carico di ..... erano stati ravvisati profili di colpa generica, sub specie dell'imprudenza, imperizia e negligenza, in particolare perché, in violazione dell'obbligo di garanzia assunto nella qualità sopra indicata, ometteva di approntare adeguata sorveglianza ed idonea segnalazione di emergenza laddove ......... che, proprio a causa di tali buche profonde ed insidiose, perdeva il controllo del mezzo, e rovinava a terra, riportando lesioni gravissime a causa delle quali decedeva poco dopo il sinistro"

Insidia e trabocchetto - onere della prova
 Tribunale di Caltanissetta, Sentenza 19 dicembre 2009, n. 614
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con atto di citazione ritualmente e tempestivamente notificato C.R. interponeva appello avverso la sentenza indicata in epigrafe, notificata il 6.12.2005, con la quale il giudice di prime cure aveva rigettato la domanda risarcitoria spiegata dall’odierna appellante in ordine alle lesioni riportate in occasione della caduta presso la propria abitazione, asseritamente da ascriversi alla condotta colposa della T. S.p.A. la quale, durante l’esecuzione di lavori di scavo, avrebbe creato una situazione di pericolo occulto omettendo di provvedere al ripristino dello stato dei luoghi ed alla stabilizzazione della pavimentazione stradale.
Lamentava l’appellante l’ingiustizia della sentenza di primo grado per avere il Giudice di Pace erroneamente configurato i presupposti del concetto di insidia rilevante ex art. 2043 c.c. ed erroneamente ricostruito i fatti ed i luoghi travisando le emergenze processuali; evidenziava in particolare come il giudice di prime cure avesse erroneamente ritenuto la prevedibilità dell’insidia, dovendo il pericolo occulto causativo della caduta ravvisarsi nell’apparente stabilità della mattonella autobloccante, ceduta improvvisamente ed imprevedibilmente, non emergendo dunque alcun deficit di diligenza rimproverabile alla C.R..
Sulla base di tali deduzioni parte appellante insisteva perché, accertata e dichiarata la responsabilità della T. S.p.A. nella causazione del sinistro per cui è causa, si procedesse alla determinazione del danno biologico residuato alla C.R. a mezzo di apposita CTU medico legale, con condanna delle appellate alla rifusione delle spese del doppio grado, ovvero, in subordine, con la compensazione delle spese di 1° grado.
Si costituivano gli appellati in epigrafe, i quali resistevano al gravame chiedendone il rigetto.
L’appello è infondato e va respinto per quanto di ragione.
Diversamente da quanto prospettato dalla difesa dell’appellante con l’atto di appello, la decisione dell’Onorario, oltre ad essere pienamente condivisibile da parte del Tribunale, è da ritenersi frutto di una corretta ricostruzione dei principi giuridici che governano la materia, di attento esame delle emergenze probatorie e di compiuta valutazione di tutti gli elementi sottoposti all’attenzione del giudicante.
All’esito del giudizio di primo grado, infatti, l’assunto di parte attrice non aveva trovato serio ed inequivoco riscontro in ordine alla illiceità del comportamento ascritto alla T. S.p.A..
Nella prospettazione di parte attrice, tale illiceità risiederebbe nell’aver la T. S.p.A. colposamente creato una situazione di occulto pericolo in occasione dei lavori di metanizzazione ad essa commissionati e della conseguente ripavimentazione della sede stradale, realizzata mediante la posa di mattonelle autobloccanti solo apparentemente stabili ed il cui improvviso ed imprevedibile cedimento avrebbe causato la caduta della C.R..
Orbene, va premesso in punto di diritto che per la costante giurisprudenza di legittimità si ha “pericolo occulto” allorchè la situazione dei luoghi, valutata ex ante con prognosi postuma, sia : a) oggettivamente non visibile o percepibile, c.d. pericolosità oggettiva da intendersi come potenziale idoneità dell’insidia ad arrecare un danno alle cose od alle persone; b) soggettivamente imprevedibile ed inevitabile con l’uso dell’ordinaria diligenza (ordinaria diligenza il cui obbligo di osservanza, è bene precisare, non è eluso dall’alterità della cosa fonte di danno).
Va inoltre evidenziato che il concetto di imprevedibilità non va inteso in senso assoluto ma va rapportato alla situazione specifica, avendo riguardo allo specifico stato dei luoghi che determina il grado di attenzione e cautela esigibile dalla persona.
Nel caso in esame, mentre può convenirsi sulla oggettività del pericolo, attesa l’idoneità della mattonella precariamente posata a determinare l’evento lesivo, non si ravvisa il requisito della impercettibilità soggettiva ed inevitabilità del pericolo stesso.
Infatti, dalle risultanze istruttorie è inconfutabilmente emerso che i lavori di ripavimentazione della sede stradale conseguenti allo scavo per la metanizzazione erano in orso in via YYYYY in YYYYY da circa due mesi, davanti all’abitazione dell’appellante; che l’incidente è occorso verso le 7.00 del mattino, con condizioni atmosferiche di piena visibilità; che, contrariamente a quanto affermato dal teste YYYXX, genero della C.R., il manto stradale era per buona parte integro, essendo stati posati gli autobloccanti davanti l’abitazione dell’attrice ed ai lati, mentre residuava una zona visibilmente ancora non pavimentata, priva di piastrelle autobloccanti (v. foto allegate al fascicolo di primo grado di parte attrice).
Sulla scorta di tali elementi deve ritenersi che l’evento dannoso per cui è causa sia imputabile esclusivamente all’imprudenza dell’attrice, posto che, da un lato, lo stato dei luoghi – conosciuto e pienamente percettibile – consentiva di rappresentarsi il pericolo insito nel percorrere il tratto di strada ancora interessato dai lavori di pavimentazione, essendo prevedibile la non definitiva stabilizzazione delle mattonelle poste ai margini dello stesso, dall’altro lato, che l’esistenza di tratti regolarmente pavimentati doveva suggerire all’appellante, tenuto conto anche dell’età della C.R., di percorrere tali tratti per raggiungere la propria abitazione, evitando così il percorso ancora visibilmente interessato ai lavori.
L’uso dell’ordinaria diligenza, esigibile alla luce dello stato dei luoghi e dell’età dell’appellante che doveva consigliare una condotta di particolare prudenza, avrebbe in definitiva consentito all’appellante di prevedere la fonte di pericolo insita nella mattonella su cui è effettivamente caduta, evitandola mediante il transito, possibile, sul diverso tratto di strada compiutamente pavimentato che conduceva alla sua abitazione.
Dovendo dunque ascriversi esclusivamente alla condotta imprudente dell’appellante il sinistro per cui è causa, l’appello deve essere respinto.
Il motivo di impugnazione relativo alla statuizione sulle spese del giudizio di primo grado è infondato.
Il giudice di prime cure, infatti, applicando i principi della soccombenza e della causalità che governano il regime delle spese di giudizio ed escludendo in ragione del totale rigetto della domanda la sussistenza di giusti motivi di compensazione, ha correttamente posto a carico della C.R. le spese sostenute in primo grado dagli odierni appellati.
Parte appellante è risultata infatti soccombente in primo grado rispetto alla domanda spiegata nei confronti di T. S.p.A., la quale aveva legittimamente chiamato in causa la Società Reale Mutua di Assicurazioni s.p.a. per essere manlevata dalle conseguenze pregiudizievoli di un eventuale accoglimento della domanda risarcitoria, e le cui spese di lite devono essere poste a carico della parte soccombente che ha dato causa alla legittima chiamata in giudizio.
Il rigetto dell’appello comporta, alla luce del principio della soccombenza, la condanna di pare appellante alla rifusione delle spese del grado nei confronti delle appellate, liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
il Tribunale, definitivamente pronunciando sul proposto appello, ogni diversa istanza, eccezione e deduzione disattesa, così provvede:
- rigetta l’appello;
- condanna l’appellante C.R. alla rifusione delle spese del grado anticipate da T. S.p.A, liquidate in complessivi € 1.596,00, di cui € 796,00 per diritti ed € 800,00 per onorari, oltre accessori come per legge;
- condanna l’appellante C.R. alla rifusione delle spese del grado anticipate da Società Reale Mutua di Assicurazioni s.p.a., liquidate in complessivi € 1.450,00, di cui € 700,00 per diritti ed € 750,00 per onorari, oltre accessori come per legge;
Così deciso in Caltanissetta il 19.12.2009.
Il Giudice Alfio Gabriele Fragalà.

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Cassazione civile, sentenza n. 21238 del 15.10.2010: «In relazione alle censure esposte il ricorso merita accoglimento, sotto il profilo che alla fattispecie in esame, descritta obbiettivamente come contesto storico in relazione alla dinamica dell’incidente, si attaglia la disciplina dell’art. 2051 c.c., secondo la linea interpretativa evolutiva da ultimo espressa da questa Corte con la sentenza 22 aprile 2010 n. 9456. Secondo i principi di diritto enucleati nella sentenza citata, la presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c. si applica per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, tra i quali le strade, tutte le volte in cui sia possibile, da parte dell’ente proprietario o che abbia la disponibilità e il godimento della res, la custodia intesa come potere di fatto o signoria sul bene medesimo. La nozione della custodia rappresenta dunque un elemento strutturale dell’illecito, che qualifica il potere dell’ente sul bene che esso amministra nell’interesse pubblico. I criteri di valutazione della cd. esigibilità della custodia, ineriscono alla natura ed alle caratteristiche del bene da custodire, e dunque, nel caso di specie, riguardano la estensione della strada, la dimensione, le dotazioni ed i sistemi di assistenza, di sicurezza, di segnalazioni di pericolo, generico e specifico, che sono funzionali alla sicurezza della circolazione ed in particolare dell’utente, persona fisica, che quotidianamente percorre quel tratto statale che, interessando il centro storico cittadino, particolarmente frequentato da pedoni e da veicoli, rientra nelle possibilità di controllo e di adeguato esercizio dei poteri di custodia e relativi provvedimenti cautelari, vuoi con la presenza di vigili, vuoi con la apposizione di segnali che evidenziano il pericolo generico di strada antica e sdrucciolevole per la presenza di fossati e dislivelli. La responsabilità resta esclusa in presenza di caso fortuito, la cui prova grava sull’ente, per effetto della presunzione iuris tantum, ovvero se l’utente danneggiato abbia tenuto un comportamento colposo tale da interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, potendosi eventualmente ritenere, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1 un concorso di colpa idoneo a diminuire, in proporzione della incidenza causale, la responsabilità della pubblica amministrazione, sempre che tale concorso sia stato dedotto e provato».

 
Danni da cose in custodia: Cass. 4476/2011 - Supermercato: «...- la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ., prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento;
tale responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale idonea a interrompere del tutto il nesso eziologico tra cosa ed evento dannoso o ad affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno;
- il giudizio sull’incidenza del comportamento del danneggiato nella produzione del danno non può prescindere dalla considerazione della natura della cosa e deve tener conto delle modalità che in concreto e normalmente ne caratterizzano la fruizione».

 

Danni da mancata custodia e manutenzione delle strade.

Danni provocati da animali sulle strade, cassazione ordinanza n. 4788/14: "6. - Devesi rilevare che effettivamente l'evoluzione della giurisprudenza di questa Corte Suprema vede un approdo del tutto condivisibile nella pronuncia di Cass. 8 gennaio 2010, n. 80 (richiamata dalla ricorrente), a mente della quale la responsabilità extracontrattuale per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata all'ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione, ecc, a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, anche in attuazione della legge n. 157 del 1992, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che i poteri di gestione derivino dalla legge, sia che trovino la fonte in una delega o concessione di altro ente: in quest'ultimo caso, l'ente delegato o concessionario potrà considerarsi responsabile, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., per i suddetti danni a condizione che gli sia stata conferita, in quanto gestore, autonomia decisionale e operativa sufficiente a consentirgli di svolgere l'attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi, inerenti all'esercizio dell'attività stessa, e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni.
7. - Nello stesso senso, ancora più incisivamente, si è espressa la più recente Cass. 6 dicembre 2011, n. 26197, secondo la quale, posto che l'esercizio delle funzioni amministrative in materia di flora e di fauna, nei profili che afferiscano a zone intercomunali o all'intero territorio comunale spetta, in via di principio, alle Province, ma che dette funzioni devono essere organizzate della Regione, titolare delle relative potestà, si dovrà indagare, di volta in volta, se l'ente delegato sia stato ragionevolmente posto in condizioni di adempiere ai compiti affidatigli o se sia un nudus minister, senza alcuna concreta ed effettiva possibilità operativa."

 

Caduta marciapiede, Corte di Cassazione n. 22528/14: "L'errore del ragionamento giuridico, compiuto dalla Corte di merito sta nell'avere applicato al caso in esame una giurisprudenza ormai superata basata sui caratteri dell'insidia e trabocchetto. Questa Corte, viceversa, con una sequenza consolidata di decisioni, da Cass. 6 luglio 2006 n. 15383 a Cass. 22 aprile 2010 n. 9546 sino a recentissime pronunciate - con una lettura costituzionalmente orientata delle norme di tutela riferite alla responsabilità civile della pubblica amministrazione in relazione alla non corretta manutenzione del manto stradale e del marciapiede, che costituisce il normale percorso di calpestio dei pedoni - ha stabilito che la presunzione di responsabilità di danni alle cose si applica, ai sensi dell'art. 2051 c.c. per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, quando la custodia del bene, intesa quale potere di fatto sulla cosa legittimamente e doverosamente esercitato, sia esercitabile nel caso concreto, tenuto conto delle circostanze, della natura limitata del tratto di strada vigilato. La presunzione in tali circostanze resta superata dalla prova del caso fortuito, e tale non appare il comportamento del danneggiato che cade in presenza di un avvallamento sul marciapiede coperto da uno strato di ghiaino, ma lasciato aperto al calpestio del pubblico, senza alcuna segnalazione delle condizioni di pericolo."
 
Scavalcamento di guardrail, risarcimento danni, cassazione sentenza n. 15302/2013: Massima: Il lasciare non protetto il parapetto di una strada che risulti facilmente accessibile e superabile dagli utenti, in un punto in cui la situazione dei luoghi sia tale da trarre in inganno, inducendo gli utenti a confidare di trovarsi sul suolo, mentre la corsia corre su di un ponte e al di sotto c'è il vuoto, costituisce manifestazione di negligenza rilevante anche ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., perché consiste nella mancata adozione di ogni elementare misura precauzionale in situazione in cui  l'utente potrebbe trovarsi a dover superare la barriera anche per necessità ed in condizioni di scarsa visibilità. Motivazione: "In questo caso l'addebito della responsabilità all'ente gestore della strada è stato probabilmente favorito dalla considerazione che il comportamento dell'infortunato era stato in qualche modo necessitato dalla necessità di sottrarsi ad un pericolo, mentre nella specie il comportamento avventato della W. è stato motivato da contingenze meno gravi. Anche di tali circostanze va tenuto conto, nell'accertamento delle rispettive colpe. Resta il fatto che non vi è proporzione fra la gravità delle conseguenze derivanti dalla situazione di pericolo e la pochezza delle misure che avrebbero potuto essere adottate per prevenirla (da un mero cartello di segnalazione dell'ingresso sul viadotto, all'avviso della non transitabilità della banchina, ad una qualche illuminazione in luogo, ad una rete di protezione, nel breve tratto in cui lo scavalcamento della barriera era possibile o agevole, e così via).  Si precisa che il lasciare non protetto il parapetto di una strada che risulti facilmente accessibile e superabile dagli utenti, in un punto in cui la situazione dei luoghi sia tale da trarre in inganno, inducendo gli utenti a confidare di trovarsi sul suolo, mentre la corsia corre su di un ponte e al di sotto c'è il vuoto, costituisce manifestazione di negligenza rilevante anche ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., perché consiste nella mancata adozione di ogni elementare misura precauzionale in situazione in cui, si ripete, l'utente potrebbe trovarsi a dover superare la barriera anche per necessità ed in condizioni di scarsa visibilità. L'eccezione della resistente, secondo cui non sarebbe stata proposta dall'attrice domanda di condanna ai sensi dell'art. 2051 cod. civ., risulta quindi ininfluente, trattandosi di comportamento imputabile anche a titolo di colpa. La Corte di appello ha omesso ogni valutazione delle circostanze sopra indicate, giungendo ad escludere la responsabilità della società resistente in termini sostanzialmente apodittici.»

Caduta albero su strada, Corte di Cassazione sentenza n. 22330/14: "La sentenza impugnata va dunque cassata con rinvio alla Corte d'appello V. di Genova, la quale statuirà sulle domande di condanna proposte nei confronti dell'ANAS applicando il seguente principio di diritto:  L'ente proprietario d'una strada aperta al pubblico transito, pur non essendo custode dei fondi privati che la fiancheggiano, né avendo alcun obbligo di provvedere alla manutenzione di essi, ha tuttavia l'obbligo di vigilare affinché dai suddetti fondi non sorgano situazioni di pericolo per gli utenti della strada e, in caso affermativo, attivarsi per rimuoverle o farle rimuovere. Ne consegue che è in colpa, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1176, comma 2, e 2043 c.c., l'ente proprietario della strada pubblica il quale, pur potendo avvedersi con l'ordinaria diligenza d'una situazione di pericolo proveniente da un fondo privato, non la segnali al proprietario di questa, né adotti altri provvedimenti cautelativi, ivi compresa la chiusura della strada alla circolazione. "

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Ultimo aggiornamento: 30-11-14