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                                                                                ERRORE GIUDIZIARIO

Ingiusta detenzione

Art. 314.
Presupposti e modalità della decisione.

1. Chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha diritto a un'equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave.
2. Lo stesso diritto spetta al prosciolto per qualsiasi causa o al condannato che nel corso del processo sia stato sottoposto a custodia cautelare, quando con decisione irrevocabile risulti accertato che il provvedimento che ha disposto la misura è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli articoli 273 e 280.
3. Le disposizioni dei commi 1 e 2 si applicano, alle medesime condizioni, a favore delle persone nei cui confronti sia pronunciato provvedimento di archiviazione ovvero sentenza di non luogo a procedere.
4. Il diritto alla riparazione è escluso per quella parte della custodia cautelare che sia computata ai fini della determinazione della misura di una pena ovvero per il periodo in cui le limitazioni conseguenti all'applicazione della custodia siano state sofferte anche in forza di altro titolo.
5. Quando con la sentenza o con il provvedimento di archiviazione è stato affermato che il fatto non è previsto dalla legge come reato per abrogazione della norma incriminatrice, il diritto alla riparazione è altresì escluso per quella parte di custodia cautelare sofferta prima della abrogazione medesima.

Art. 315.
Procedimento per la riparazione.

1. La domanda di riparazione deve essere proposta, a pena di inammissibilità, entro due anni dal giorno in cui la sentenza di proscioglimento o di condanna è divenuta irrevocabile, la sentenza di non luogo a procedere è divenuta inoppugnabile o è stata effettuata la notificazione del provvedimento di archiviazione alla persona nei cui confronti è stato pronunciato a norma del comma 3 dell'articolo 314.
2. L'entità della riparazione non può comunque eccedere euro 516.456,90.
3. Si applicano, in quanto compatibili, le norme sulla riparazione dell'errore giudiziario.
 

Errore giudiziario

Art. 643.
Riparazione dell'errore giudiziario.
  

 

1. Chi è stato prosciolto in sede di revisione, se non ha dato causa per dolo o colpa grave all'errore giudiziario, ha diritto a una riparazione commisurata alla durata dell'eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna.
2. La riparazione si attua mediante pagamento di una somma di denaro ovvero, tenuto conto delle condizioni dell'avente diritto e della natura del danno, mediante la costituzione di una rendita vitalizia. L'avente diritto, su sua domanda, può essere accolto in un istituto, a spese dello Stato.
3. Il diritto alla riparazione è escluso per quella parte della pena detentiva che sia computata nella determinazione della pena da espiare per un reato diverso, a norma dell'articolo 657 comma 2.
 
Art. 644.
Riparazione in caso di morte. 

 

1. Se il condannato muore, anche prima del procedimento di revisione, il diritto alla riparazione spetta al coniuge, ai discendenti e ascendenti, ai fratelli e sorelle, agli affini entro il primo grado e alle persone legate da vincolo di adozione con quella deceduta.
2. A tali persone, tuttavia, non può essere assegnata a titolo di riparazione una somma maggiore di quella che sarebbe stata liquidata al prosciolto. La somma è ripartita equitativamente in ragione delle conseguenze derivate dall'errore a ciascuna persona.
3. Il diritto alla riparazione non spetta alle persone che si trovino nella situazione di indegnità prevista dall'articolo 463 del codice civile.
 
Art. 645.
Domanda di riparazione.

 

1. La domanda di riparazione è proposta, a pena di inammissibilità, entro due anni dal passaggio in giudicato della sentenza di revisione ed è presentata per iscritto, unitamente ai documenti ritenuti utili, personalmente o per mezzo di procuratore speciale, nella cancelleria della corte di appello che ha pronunciato la sentenza.
2. Le persone indicate nell'articolo 644 possono presentare la domanda nello stesso termine, anche per mezzo del curatore indicato nell'articolo 638 ovvero giovarsi della domanda già proposta da altri. Se la domanda è presentata soltanto da alcuna delle predette persone, questa deve fornire l'indicazione degli altri aventi diritto.
 
Art. 646.
Procedimento e decisione.

 

1. Sulla domanda di riparazione la corte di appello decide in camera di consiglio osservando le forme previste dall'articolo 127.
2. La domanda, con il provvedimento che fissa l'udienza, è comunicata al pubblico ministero ed è notificata, a cura della cancelleria, al ministro del tesoro presso l'avvocatura dello Stato che ha sede nel distretto della corte e a tutti gli interessati, compresi gli aventi diritto che non hanno proposto la domanda.
3. L'ordinanza che decide sulla domanda di riparazione è comunicata al pubblico ministero e notificata a tutti gli interessati, i quali possono ricorrere per cassazione.
4. Gli interessati che, dopo aver ricevuto la notificazione prevista dal comma 2, non formulano le proprie richieste nei termini e nelle forme previsti dall'articolo 127 comma 2, decadono dal diritto di presentare la domanda di riparazione successivamente alla chiusura del procedimento stesso.
5. Il giudice, qualora ne ricorrano le condizioni, assegna all'interessato una provvisionale a titolo di alimenti.
 
Art. 647.
Risarcimento del danno e riparazione.

 

1. Nel caso previsto dall'articolo 630 comma 1 lettera d), lo Stato, se ha corrisposto la riparazione, si surroga, fino alla concorrenza della somma pagata, nel diritto al risarcimento dei danni contro il responsabile.

E' necessario prestare attenzione alla compilazione del ricorso e alle modalità di deposito.

Sentenza della Cassazione a sezioni unite n. 4187/2009

La Corte di Cassazione ha recentemente pronunciato la sentenza n. 10878/2012 con cui ha fissato e chiarito i criteri per la determinazione dell'indennizzo (e non del risarcimento dei danni).

«1.2. - Relativamente al primo motivo si concorda, sul punto, con quanto evidenziato dal Procuratore Generale con il richiamo alla giurisprudenza di questa Corte: i costi del giudizio di revisione vanno esclusi, ai sensi di quanto chiaramente disposto dall’art. 643 c.p.p., dal novero dei danni riparabili, non rientrando nelle conseguenze personali della condanna (Sez. 4, Sentenza n. 4166 del 07/11/2007 Cc; Rv. 238669) “La riparazione dell’errore giudiziario va commisurata alla durata dell’espiazione della pena e alle conseguenze personali e familiari derivate dalla condanna: nella liquidazione non possono invece essere compresi i costi sostenuti per il giudizio di revisione, che esulano dal concetto di conseguenze personali”; ad uguale conclusione occorre giungere anche per le spese della difesa nel giudizio conclusosi con la condanna, non potendo considerare le stesse “derivanti dalla condanna”, come richiesto testualmente dall’art. 643 c.p.p.
La norma, invero, fa riferimento per la liquidazione della riparazione alla durata della eventuale espiazione di pena, ed alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna. Nessun richiamo viene effettuato ai costi del giudizio di revisione, che esulano dal concetto di conseguenze personali, in quanto non è rintracciabile nel sistema un principio che ponga a carico delle Stato le spese sostenute dall’imputato per il giudizio nel quale viene assolto.
Le conseguenze personali sono quelle che ineriscono alla salute, al pregiudizio cagionato sul piano lavorativo, affettivo, cui si aggiungono le conseguenze più strettamente familiari.
Pertanto, in riferimento a tale punto, l’ordinanza impugnata va annullata senza rinvio limitatamente alla liquidazione di e 30.000,00 per spese di difesa che va eliminata.
1.3. - La censura posta a base del secondo motivo non intacca la tenuta logica della motivazione sul punto della impugnata ordinanza non ravvisandosi vizi, apparendo corretta dal punto di vista logico-giuridico, anche sotto il profilo propriamente quantitativo, e non essendo in alcun punto il percorso motivazionale contrastante con considerazioni di buon senso, in materia così delicata. La Corte d’Appello ha ben evidenziato che il rapporto del padre con la figlia si sia deteriorato, notevolmente, in seguito alla condanna del primo per violenza sessuale ai danni della figlia, all’età di cinque anni; che è un fatto innegabile che la liquidazione della cifra di € 200.000,00 sia derivata non solo dall’incidenza della condanna sul legarne padre-figlia, ma anche dalla “particolare intensità della sensazione di ingiustizia subita”.
La liquidazione per tale voce, perciò, non può essere censurata in questa sede di legittimità.
1.4. - Si concorda con il procuratore Generale nel rilevare la infondatezza del terzo motivo perché la Corte della riparazione non opera una distinzione tra danno esistenziale e danno morale, ma considera il primo come un aspetto del secondo, ed infatti, nel liquidare quest’ultimo, precisa che è stato “depurato dalle precedenti voci specifiche, e riguarda solo sofferenze morali e di adattamento psicologico”. Nel caso in esame, non si ha una duplicazione di liquidazione, ma una diversificazione delle voci costituenti un unico danno, che viene quindi liquidato con una somma costituita da due diverse e distinte operazioni di valutazione; in sostanza la somma complessiva (€ 200000 - a titolo di danno esistenziale - + € 125.000 a titolo di danno morale) anche se non esplicitamente unificata, deriva da due addendi, entrambi giustificati come denominazione e come liquidazione.
Il Collegio sul punto ritiene di non discostarsi dalla giurisprudenza di questa stessa sezione (Sez. 4, Sentenza n. 22688 del 18/03/2009 Cc. Rv. 243990) con cui si è affermato che, se è vero che le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza n. 26972 dell’11.11.2008 hanno, tra l’altro, statuito che non è ammissibile nel nostro ordinamento il danno definito “esistenziale”, inteso quale la perdita areddituale della persona, costituendo una simile perdita, ove causata da un fatto illecito lesivo di un diritto della persona costituzionalmente garantito, ne’ più ne’ meno che un ordinario danno non patrimoniale, di per sè, risarcibile ex art. 2059 c.c., e che non può essere liquidato separatamente sol perché diversamente denominato, non è men vero che non può non tenersi conto nella liquidazione del danno non patrimoniale, nella sua globalità, di tutte le peculiari sfaccettature di cui si compone nel caso concreto, quali: l’interruzione delle attività lavorative e di quelle ricreative, l’interruzione dei rapporti affettivi e di quelli interpersonali, il mutamento radicale peggiorativo e non voluto delle abitudini di vita.
2. - Passando alla trattazione del ricorso dello S. pienamente fondato è il primo motivo.
In ordine alla richiesta dell’interessato di liquidazione di una somma per la detenzione subita è necessario premettere alcuni principi fissati da questa Corte (Sez. 4, Sentenza n. 2050 del 25/11/2003 Cc. Rv. 227669).
È comunemente riconosciuto che la riparazione per l’errore giudiziario, come quella per l’ingiusta detenzione, non ha natura di risarcimento del danno ma (e qui il consenso è meno univoco) di semplice indennità o indennizzo in base a principi di solidarietà sociale per chi sia stato ingiustamente privato della libertà personale o ingiustamente condannato. L’origine solidaristica della previsione dei due casi di riparazione non esclude però che ci si trovi in presenza di diritti soggettivi qualificabili di diritto pubblico cui si contrappone, specularmente, un’obbligazione dello Stato da qualificare parimenti di diritto pubblico.
Il criterio seguito dalla legge e diretto ad escludere una tutela obbligata di tipo risarcitorio risponde ad una precisa finalità: se il legislatore avesse costruito la riparazione dell’errore giudiziario, o dell’ingiusta detenzione, come risarcimento dei danni avrebbe dovuto richiedere, per coerenza sistematica, che il danneggiato fornisse non solo la dimostrazione dell’esistenza dell’elemento soggettivo, fondante la responsabilità per colpa o per dolo, nelle persone che hanno agito ma anche la prova dell’entità dei danni subiti. Ciò si sarebbe peraltro posto in un quadro di conflitto con l’esigenza (fondata non solo su una precisa disposizione della nostra Costituzione - art. 24 comma ,4 - ma anche sull’art. 5 comma 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e sull’art. 9 n. 5 del Patto internazionale dei diritti civili e politici) di garantire un adeguato ristoro a chi sia stato comunque ingiustamente condannato o privato della libertà personale senza costringerlo a defatiganti controversie sull’esistenza dell’elemento soggettivo di chi aveva agito e sulla determinazione dei danni.
È stato altresì affermato che la riparazione per l’errore giudiziario o per l’ingiusta detenzione rientrano in quei casi in cui il pregiudizio deriva da una condotta conforme all’ordinamento che però ha prodotto un danno che deve comunque essere riparato, per la quale si è fatto ricorso alla figura dell’atto lecito dannoso: l’atto è stato infatti emesso nell’esercizio di un’attività legittima (e doverosa) da parte degli organi dello Stato anche se, in tempi successivi, ne è stata dimostrata (non l’illegittimità ma) l’erroneità o l’ingiustizia.
Un inconveniente del sistema delineato è costituito dalla necessità di utilizzare, prevalentemente se non esclusivamente, criteri equitativi per la liquidazione dell’indennizzo. Il giudice, per limitare il margine di discrezionalità, ineliminabile in questa forma di liquidazione, può soltanto utilizzare parametri, non previsti normativamente, che valgano a rendere razionali, trasparenti e non casuali i criteri utilizzati. Si tratta quindi di verificare, in questa ottica, se possano essere utilizzati per la liquidazione dell’indennizzo anche criteri normativi previsti per la liquidazione del danno.
La necessità di utilizzare criteri equitativi non è esclusa, nel caso della riparazione dell’errore giudiziario, dall’eliminazione dell’aggettivo “equa” che qualificava la riparazione e che più non compare nel 1^ comma dell’art. 643 c.p.p. a differenza di quanto previsto dall’art. 571 dell’abrogato codice di rito e dal vigente art. 314 in tema di riparazione per l’ingiusta detenzione. Dottrina e giurisprudenza sono infatti concordi nel ritenere che il mancato espresso richiamo all’equità sia privo di concreta rilevanza, come confermato anche dalla relazione al progetto preliminare del codice, essendo ineliminabile l’uso di criteri equitativi per determinare in concreto, con la successiva traduzione in termini monetari, le conseguenze dell’ingiusta condanna.
II mancato richiamo all’equità da parte dell’art. 643 può però consentire di affermare che non è inibito al giudice della riparazione fare riferimento anche a criteri di natura risarcitoria che possono validamente contribuire a restringere i margini di discrezionalità inevitabilmente esistenti nella liquidazione di tipo esclusivamente equitativo. E infatti in dottrina si è affermato che “attraverso la procedura di riparazione dell’errore giudiziario, la vittima può in definitiva ottenere……….. la liquidazione dei danni provocati dall’ingiusta condanna”. Più di un autore, d’altra parte, ha ravvisato nella riparazione per l’errore giudiziario una componente indennitaria e una risarcitoria, quasi si trattasse di un tertium genus rispetto alle due forme di ristoro.
E dunque, in tema di riparazione dell’errore giudiziario, il giudice nel procedimento di liquidazione del danno può utilizzare sia il criterio, risarcitorio, con riferimento ai danni patrimoniali e non patrimoniali, sia il criterio equitativo, limitandolo alle voci non esattamente quantificabili.
Alla stregua dei principi esposti, su questo punto, non può ritenersi corretto il procedimento seguito dalla Corte bresciana laddove ha così motivato “la corte ritiene preferibile l’adozione del criterio risarcitorio, al fine di meglio analizzare ed illustrare sia le voci di danno che i relativi importi risarcitori ed anche per l’oggettiva difficoltà, in relazione a lunghi periodi di detenzione, di indicare adeguati criteri di valutazione equitativa dell’indennizzo”, e conclude affermando che “conseguentemente nulla è dovuto sulla base del semplice calcolo del periodo di detenzione”.
Si conviene con il Procuratore Generale nel rilevare che, in diritto, non è affatto corretta la costruzione logica per la quale, data la difficoltà di valutare equitativamente l’indennizzo per lunghi periodi di detenzione, si preferisce scegliere un altro criterio e non liquidare nulla per tale specifico danno, essendo dettato proprio per queste ipotesi la norma generale per la quale “Se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa” (art. 1226 c.c.), Ed infatti appunto per, questo tipo di difficoltà è indicata la necessità, per il giudice, di fare ricorso a criteri equitativi, che sono proprio quelli indicati dalla giurisprudenza in relazione sia alla riparazione dell’errore giudiziario, sia a quella per l’ingiusta detenzione. Inoltre, la proclamata incompatibilità dell’adozione del criterio risarcitorio e di quello equitativo, pena una inammissibile duplicazione di liquidazione, viene meno, ragionevolmente, in relazione a danni non quantificabili con esattezza, come per esempio quello arrecato dalla condanna ai rapporti tra padre e figlia, per il quale “la liquidazione dovrà tenere conto, con giudizio esclusivamente equitativo, del danno differenziale”.
In conclusione, il danno conseguente alla detenzione va liquidato autonomamente anche in ossequio alla dizione letterale dell’art. 643, e nella liquidazione andrà utilizzato un criterio equitativo senza i limiti stabiliti dall’art. 315 c.p.p per la riparazione del danno da ingiusta detenzione.
La impugnata ordinanza va, pertanto, annullata limitatamente alla omessa liquidazione del danno relativo alla detenzione, con rinvio sul punto alla Corte d’Appello di Brescia.
2.1. - Infondati sono tutti gli altri motivi posti a base del ricorso dello S. Quanto al secondo motivo valgono le stesse considerazioni svolte nell’analisi del secondo motivo del ricorso del MINISTERO evidenziandosi che la Corte, nel liquidare la voce di cui ai punto 2 della premessa, ha affermato che la condanna “ha costituito una cesura di tale rapporto, in quanto le convinzioni della figlia hanno trovato una conferma nel provvedimento giudiziario”, e, dunque, il rapporto padre-figlia non è stato considerato come semplice “deterioramento”.
2.2. - Non si conviene con il Procuratore Generale nel ritenere che la scelta di liquidare una rendita e non l’intera somma sia “al di fuori dell’ordinario”, essendo tale modalità specificamente prevista dall’art. 343 n. 2 c.p.p. in alternativa al pagamento in un’unica soluzione. Mentre è vero che il giudice, una volta optato per la rendita, deve tener conto delle condizioni dell’avente diritto e della natura del danno.
Ebbene, la Corte della riparazione non si è sottratta a quest’obbligo di motivazione avendo reso palesi le ragioni della scelta con il riferimento alle condizioni di salute dell’interessato ed alle ragioni di cautela di non mettere a sua disposizione una considerevole somma in un’unica soluzione, dettate dall’esigenza di evitare “il rischio, anche per il pericolo di atteggiamenti predatori di terzi (proprio in considerazione dello stato di salute psicologico cui si è fatto riferimento, n.d.r.), di dispersione del capitale, che deve essere, invece, finalizzato alla cura della sua persona”.
Il Collegio ritiene che tali argomentazioni, logiche ed aderenti al dato normativo, impediscono la censura in chiave di vizio di motivazione dell’impugnata ordinanza sul punto.
2.3. - Per quanto riguarda il quarto motivo appare corretta la determinazione della Corte di liquidare gli onorari di un solo difensore, atteso che, la prova dell’esistenza del debito  per spese di onorari per € 30.000,00 si riferisce ad un solo professionista. Si osserva che neanche è applicabile il criterio equitativo in quanto questo, come già evidenziato, assume carattere residuale ma esclusivamente per quei danni di cui sia certa l’esistenza ma che non possono essere provati nel loro preciso ammontare, il che, evidentemente, non si verifica nel caso in esame nel quale i compensi pagati ben possono essere documentati con regolari fatture o, quanto meno, con dichiarazioni di coloro che hanno effettuato le prestazioni o con altri mezzi di prova idonei a dimostrare l’avvenuto pagamento o l’esistenza certa del debito.
2.4. - La trattazione delle censure poste a base del quinto e sesto motivo può essere contestuale.
La Corte ha liquidato il danno morale, e, a parte “l’intensità della sensazione di ingiustizia subita ed il deterioramento dei già difficili rapporti familiari, in particolare con quello della figlia L.”, questi ultimi aspetti qualificati come danno esistenziale, ma riconducibili a quello morale, per quanto argomentato al punto “1.4”, le altre voci, oggetto della censura di cui al quinto motivo (addebito nella causa di separazione, privazione del diritto di voto per anni e la perdita di immagine), anche se non specificamente indicati, dal contesto motivazionale dell’impugnata ordinanza, sono state ricomprese nel danno morale per il quale è stata liquidata la cospicua somma di € 125.000,00,
Si parla infatti nel provvedimento di “ulteriori sofferenze morali e di adattamento psicologico”. Dalle argomentazioni riportate emerge che si tratta di danni non patrimoniali considerati ascrivibili alla categoria del danno morale soggettivo e l’uso del criterio riparatorio ricordato si sottrae alle censure proposte perché, pur opinabile (perché si tratta di indennizzare non la detenzione in sè ma le sofferenze che da essa derivano), non appare manifestamente illogico e non può quindi essere sindacato dal giudice di legittimità, trattandosi di valutazione di merito con cui il giudice della riparazione ha inteso disciplinare la sua discrezionalità con l’utilizzazione di un criterio usato su temi affini.
2.5. - In ordine al sesto motivo si osserva che la Corte della riparazione ha liquidato il danno biologico specificando che lo stesso è stato determinato da “una seria sindrome depressiva e da un’autostima che, non alta prima, sembra essere stata particolarmente compromessa” in sintonia con i principi affermati in materia da questa Corte, secondo cui il danno biologico, frutto di elaborazione giurisprudenziale (ma ha trovato significative conferme a livello legislativo con l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 38 del 2001) e della L. n. 57 del 2001) è costituito dalla compromissione, di natura areddituale, dell’integrità psicofisica della persona. Generalmente è ritenuto necessario che a questa compromissione si accompagni una perdita o riduzione di funzioni vitali, anche non definitiva. La lesione del bene giuridico tutelato non necessariamente comporta un pregiudizio di natura patrimoniale ed è anzi svincolata da tale pregiudizio. Se questo è il concetto e la portata del danno biologico correttamente la Corte distrettuale non ha liquidato i danni da invalidità temporanea come richiesta in ragione del fatto che tale accezione rientra, per la sua natura temporanea di una minore capacità fisica e psicologica del soggetto, nel liquidato danno biologico.
La censura che ha ad oggetto la mancata 1iquidazione dei danni da “perdita di chance” è altresì infondata.
Com’è noto il danno da perdita di chance è un tema che trova le sue origini nell’elaborazione della dottrina e giurisprudenza francesi accolti nel nostro ordinamento in virtù di principi volti a garantire l’integrale risarcimento dei danni subiti in base al combinato disposto degli artt. 2043 e 1223 c.c.. La chance la cui perdita è ritenuta risarcibile è stata definita, nelle più recenti elaborazioni della giurisprudenza civile di legittimità, come una “concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato” precisandosi che non costituisce “una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a se stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale” (così Cass. civ., sez. III, 4 marzo 2004 n. 4400, in Foro it., 2004, I, 1403). Il danno in esame consiste quindi nella perdita della possibilità di ottenere un risultato favorevole e si distingue dal danno derivato dalla perdita dal mancato conseguimento del medesimo risultato.
Vi sono aspetti riguardanti questa forma di danno ancora discussi (per es. se si tratti di danno emergente o lucro cessante; se si tratti di danno presente o futuro) ma l’evoluzione dottrinale e giurisprudenziale ha rovesciato l’impostazione più risalente che vi ravvisava una aspettativa di mero fatto. Naturalmente deve trattarsi di un pregiudizio concreto, e non ricollegato ad un’ipotesi congetturale, che è stato in più occasioni ravvisato nell’occasione concreta di ottenere un rapporto di lavoro, di partecipare con esito positivo ad un concorso ma anche ad un’ipotesi di sopravvivenza o esito favorevole di un trattamento terapeutico.
Irrilevante è invece la qualificazione della posizione giuridica soggettiva lesa dopo la sentenza delle SS.UU. civili 22 luglio 1999 n. 500, in Foro it., 1999, I, 2487 che ha ritenuto risarcibile anche il danno provocato da lesione di posizioni giuridiche soggettive diverse dai diritti soggettivi; è stato inoltre osservato che il danno da perdita di chance si atteggia, sotto il profilo causale, come applicazione del principio dell’aumento del rischio invece giustamente rifiutato per quanto riguarda l’accertamento della responsabilità penale. Quanto alla ripartizione dell’onere probatorio si è affermato che l’onere di provare la perdita di chance incombe sulla parte che agisce per ottenere il risarcimento ma che la prova del danno può essere fornita anche secondo un calcolo di probabilità o per presunzioni ma pur sempre in base a circostanze di fatto puntualmente allegate (v. Cass. civ., sez. III, 21 luglio 2003 n. 11322, in Foro it., 2004, I, 155). Ciò premesso si osserva che, nel caso in esame, non è ben chiaro se la Corte di merito abbia ritenuto non risarcibile o non provato il danno da perdita di chance. La succinta motivazione sul punto per un verso denunzia la genericità della richiesta ma, subito dopo, sembra invece contestarne l’ammissibilità sia sotto il profilo della carenza di presupposti che di mancanza di prova. Il Collegio ritiene che il rigetto della richiesta sia stata determinata dalla mancanza totale della prova del fatto. E, non pare che sul punto l’interessato abbia allegato concrete circostanze, anche su base presuntiva e di probabilità, per stabilire se egli ha perso, in ragione della detenzione e di tutta la vicenda processuale che lo ha coinvolto, occasioni per migliorare la sua posizione professionale.
2.5. - La Corte bresciana ha liquidato la somma di € 15.000,00 per minore entità dei contributi previdenziali per il periodo di inattività, e, dunque, ha indennizzato lo S. tenendo conto del trattamento pensionistico. Per quanto riguarda l’eccepita mancata liquidazione per la perdita di possibilità di progressione reddituale, ci si riporta a quanto argomentato al punto 2.4. Dunque, il settimo motivo è infondato.
2.6. - Da ultimo (ottavo motivo) relativamente all’eccepito vizio di motivazione riguardante la compensazione, in ragione della metà, delle spese di lite, si osserva che la Corte della riparazione, nella sua valutazione discrezionale di liquidazione delle spese del giudizio riparatorio, ha evidenziato le ragioni della sua determinazione ritenendo, alla luce del principio della soccombenza del diritto civile, che la domanda dello S., anche in considerazione della resistenza del convenuto MINISTERO, è stata in larga parte respinta».

 

   

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE PENALI
Sentenza 30 ottobre 2008 - 29 gennaio 2009, n. 4187
(Presidente Gemelli - Relatore Visconti)
Rilevato in fatto
Con ordinanza in data 29.4.2004 la Corte di Appello di Reggio Calabria, in parziale accoglimento dell'istanza proposta da P. A. ai sensi degli artt. 314 e 315 cod. proc. pen. di riparazione per ingiusta detenzione subita in carcere dal 23.1.1986 al 22.6.1989, ha condannato il Ministero dell'Economia e delle Finanze al pagamento della somma di euro 80.000,00 per la detenzione patita dal 26.1.1988 al 22.6.1989, e ha rigettato la richiesta relativa al periodo dal 23.1.1986 al 25.1.1988.
La Corte territoriale ha osservato che il 23.1.1986 era stata applicata all'istante la misura della custodia cautelare in carcere per le imputazioni di associazione di tipo mafioso, di detenzione e porto illegale di armi, nonché, in forza di successiva contestazione, di tentato omicidio. Il 22.1.1988 erano scaduti i termini massimi di custodia cautelare per i reati concernenti l'associazione mafiosa e le armi nonché - stante la retrodatazione per connessione qualificata ex art. 297 cod. proc. pen. - anche per il tentato omicidio, ma per quest'ultimo delitto, avendo il Pellegrino riportato condanna a 14 anni di reclusione con sentenza 23.1.1988 della Corte di Assise di L, la custodia in carcere era stata mantenuta. La sentenza di appello, che ha ridotto la pena a dieci anni e sei mesi di reclusione, è stata annullata dalla Corte di Cassazione e, nel giudizio di rinvio, il 23.6.1989, altra sezione della Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria ha assolto l'imputato dal reato di tentato omicidio per insufficienza di prove, mentre il processo è proseguito per le imputazioni relative al reato associativo e a quello concernente le armi.
Con sentenza del 17.1.1999 il P. è stato, poi, assolto in primo grado dal reato associativo perché il fatto non sussiste e condannato a dieci mesi di reclusione per i reati concernenti le armi. A seguito di impugnazione del solo imputato, il giudice di appello, in data 7.5.2001, ha pronunciato sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione in ordine al residuo reato di porto e detenzione di armi.
La ragione che ha determinato la Corte di Appello a riconoscere la riparazione per l'ingiusta detenzione soltanto per il periodo compreso tra il 26.1.1988 e il 22.6.1989 risiede nella circostanza che esso riguarda la custodia cautelare riferita alla sola imputazione di tentato omicidio - dalla quale il ricorrente era stato assolto - mentre, in relazione al periodo dal 23.1.1986 al 25.1.1988, la misura coercitiva era risultata legittimata da una pluralità di imputazioni - associazione di tipo mafioso, nonché detenzione e porto illegale di armi - e la declaratoria di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, pronunciata per i reati concernenti le armi, precludeva il riconoscimento del diritto alla riparazione, essendo quest'ultimo configurabile soltanto in caso di proscioglimento nel merito, secondo la previsione del comma 1 dell'art. 314 del codice di rito.
P. A., a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione avverso la succitata ordinanza della Corte di Appello, chiedendone l'annullamento per violazione dell'art. 606, 1° comma, lett. c) ed e), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 314 dello stesso codice e 157 e segg. cod. pen..
Il ricorrente ha assunto che il provvedimento di rigetto parziale dell'istanza riparatoria era stato emesso erroneamente sulla base della impossibilità di distinguere tra i diversi titoli detentivi quanta detenzione ingiusta fosse stata patita per ciascuno di essi, essendo intervenuta assoluzione nel merito per il delitto associativo e declaratoria di non doversi procedere per intervenuta prescrizione in ordine ai reati attinenti alle armi. Invece, secondo il ricorrente, nel caso di specie la dichiarazione di estinzione per prescrizione del delitto in materia di armi era intervenuta in appello dopo che egli era stato condannato alla pena di dieci mesi di reclusione con sentenza non impugnata dal pubblico ministero e quindi non suscettibile di riforma in senso deteriore per il divieto della reformatio in peius, sicché il residuo periodo di custodia cautelare si sarebbe dovuto imputare al delitto per il quale aveva riportato pronunzia definitiva di assoluzione nel merito già in primo grado.
Con memoria depositata il 14.11.2005, il ricorrente ha poi prodotto copia di due sentenze di questa Corte (ricorrenti Cinanni e Femia, rispettivamente del 6.7.2005 e delll'8.7.2005) con le quali, per posizioni del tutto identiche a quella oggetto del presente procedimento, era stato riconosciuto il diritto alla riparazione per l'ingiusta detenzione a favore di persone che erano state coimputate nel medesimo processo svoltosi nei confronti del Pellegrino.
Con ordinanza in data 15.12.2005 la 4ª sezione penale della Corte di Cassazione ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite, citando una ampia pregressa giurisprudenza di legittimità, secondo la quale la pluralità di titoli detentivi è ostativa alla riparazione per ingiusta detenzione, qualora anche per una sola delle imputazioni non vi sia stato proscioglimento nel merito, ovvero l'indennizzo va limitato al periodo eccedente i termini massimi di custodia cautelare per il reato meno grave, qualora solo per quest'ultimo non vi sia stato proscioglimento nel merito. Tale giurisprudenza è fondata sulla disposizione di cui al 4° comma dell'art. 314 cod. proc. pen., il quale dispone che “il diritto alla riparazione è escluso... per il periodo in cui le limitazioni conseguenti all'applicazione della custodia siano state sofferte anche in forza di altro titolo”.
Nella ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite è stato posto in evidenza il diverso orientamento delle sentenze Cinanni e Femia, con le quali, in situazione del tutto analoga a quella in esame, era stato ritenuto che l'indennizzo spettasse per il periodo di custodia cautelare eccedente la pena definitivamente inflitta di dieci mesi di reclusione per i delitti attinenti alle armi. Avendo i suddetti ricorrenti patito per tali reati una custodia cautelare di due anni, in tali casi il giudice di legittimità ha ritenuto che la riparazione spettava per anni uno e mesi due.
Con ordinanza in data 30.5.2006 le Sezioni Unite di questa Corte, pur ritenendo non condivisibile l'orientamento espresso con le sentenze Cinanni e Femia, in quanto in chiaro contrasto con il dettato normativo di cui all'art. 314, 1° e 4° comma, cod. proc. pen., e non essendo consentito al giudice di superare il limite rappresentato dall'univoco senso letterale delle disposizioni, nemmeno impiegando il metodo dell'interpretazione secundum Constitutionem, hanno ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 314 cod. proc. pen. in relazione agli artt. 2, 3, 24 e 77 della Costituzione, nella parte in cui non è previsto il diritto alla riparazione per la custodia cautelare che risulti superiore alla misura della pena inflitta.
Con sentenza del 20.6.2008 n. 219 la Corte Costituzionale ha dichiarato la illegittimità costituzionale, per contrasto con l'art. 3 Cost., dell'art. 314 del codice di procedura penale, nella parte in cui, nell'ipotesi di detenzione cautelare sofferta, condiziona in ogni caso il diritto all'equa riparazione al proscioglimento nel merito dalle imputazioni, “secondo quanto precisato in motivazione”.
Pervenuti gli atti, il Primo Presidente aggiunto ha fissato l'odierna udienza camerale per la decisione del ricorso.
Il Procuratore Generale ha concluso chiedendo l'annullamento con rinvio della impugnata ordinanza della Corte di Appello di R C, in quanto, a seguito della citata sentenza della Corte Costituzionale, la fattispecie in esame è stata ricondotta nell'ambito di tutela dell'art. 314 del codice di rito.
Motivi della decisione
La questione rimessa alle Sezioni Unite, sulla cui soluzione influisce in maniera decisiva la sentenza della Corte Costituzionale n. 219 del 2008, è la seguente: Se la riparazione per ingiusta detenzione spetti in relazione al periodo di custodia cautelare superiore alla misura della pena inflitta con la sentenza di primo grado, cui poi abbia fatto seguito una sentenza di appello dichiarativa della estinzione del reato per prescrizione.
Prima dell'intervento del Giudice delle leggi, la giurisprudenza di legittimità era prevalentemente orientata nel senso che “in materia di riparazione per ingiusta detenzione, nel caso di processo cumulativo, avente ad oggetto cioè più imputazioni, se il provvedimento restrittivo della libertà è fondato su più contestazioni, il proscioglimento con formula non di merito anche da una sola di queste, sempreché autonomamente idonea a legittimare la compressione della libertà, impedisce il sorgere del diritto, irrilevante risultando il proscioglimento dalle altre imputazioni” (Cass. Sez. 4, 3.3.2007 n. 18343 riv. 236411; conformi ex plurimis Cass. Sez. 4, 4.12.2006 n. 3590 riv. 236010; Cass. Sez. 4, 7.10.2003 n. 5949 riv. 226730; Cass. Sez. 4, 13.12.2002 n. 5949 riv. 226152; Cass. Sez. 4, 14.11.2001 n. 707 riv. 220494).
L'unica mitigazione possibile, non in contrasto con la disposizione di cui all'art. 314, 1° e 4° comma, cod. proc. pen., era stata ritenuta la detrazione, dal periodo di custodia cautelare totale, del tempo, nel massimo consentito dalla legge, riferibile all'addebito meno grave, se per quest'ultimo titolo di reato era intervenuta una declaratoria di proscioglimento diversa da quelle previste dal 1° comma. Tale valutazione era stata già ritenuta con la sentenza n. 1522 del 17.12.1992 riv. 193231, oltre che con le citate successive decisioni, essendo inequivocabile l'inciso “sempreché autonomamente idonea a legittimare la compressione della libertà”, espressione contenuta in quasi tutte le suddette sentenze.
A tale orientamento si è peraltro attenuta la Corte di Appello di Reggio Calabria, con l'ordinanza impugnata, là dove invece la giurisprudenza di legittimità è stata notevolmente innovata con le sentenze della 4ª sezione, Cinanni del 6.7.2005 n. 1451, e Femia dell'8.7.2005 n. 1467, che hanno costituito una parentesi nell'interpretazione della norma di cui al citato art. 314, in quanto le sentenze successive non si sono discostate dall'orientamento prevalente.
Pur con argomentazioni diverse, con le due predette sentenze la Suprema Corte ha ritenuto che al titolo cautelare venuto meno a seguito del proscioglimento per prescrizione non può essere riferito un periodo corrispondente alla durata massima prevista dalla legge processuale, ma esclusivamente il periodo di detenzione cautelare pari all'entità della pena che sarebbe stata inflitta in caso di condanna.
Le Sezioni Unite - come già precisato - non hanno condiviso tale interpretazione, ma hanno individuato diversi profili di incostituzionalità dell'art. 314 cod. proc. pen., nella parte in cui non è previsto il diritto alla riparazione per la custodia cautelare che risulti superiore alla misura della pena inflitta, rimettendo quindi gli atti alla Corte Costituzionale, la cui decisione, pur chiaramente incisiva sul procedimento in esame, va esaminata ed anche approfondita per individuarne, da un lato, l'ampiezza innovativa, e, dall'altro, il limite applicativo, espresso dal Giudice delle leggi in relazione all'ordinanza di rimessione.
Nella sentenza n. 219 del 2008 si legge infatti che “questa Corte è oggi chiamata a decidere esclusivamente se sia costituzionalmente ammissibile che, in caso di detenzione cautelare sofferta, quest'ultima non fosse causa di riparazione ove l'interessato non sia stato prosciolto nel merito. A tale ipotesi il giudice a quo riconduce il caso, oggetto del processo principale, in cui, nonostante non vi sia stata condanna definitiva in ragione della sopraggiunta prescrizione del reato, tuttavia si sia formata una preclusione processuale a riesaminare la pena inflitta in primo grado, poiché non appellata dal pubblico ministero. Si tratta, anche per tale verso, di una valutazione che, in quanto non implausibile, compete al solo rimettente e non incide sui requisiti di ammissibilità del presente giudizio”.
Esclusi profili di incostituzionalità in relazione agli artt. 76 e 77, prima di passare alla questione ritenuta fondamentale, e cioè il contrasto con l'art. 3 Cost., nella sentenza n. 219 del 2008 sono fatti espressi richiami ai principi di diritto internazionale e della Costituzione sulla materia.
Le fonti normative della riparazione per ingiusta detenzione si possono riassumere in tre categorie: a) i principi internazionali in tema di garanzie dei diritti umani; b) le norme interne di rango costituzionale; c) la legge-delega del codice di procedura penale.
Le norme internazionali sono: a’) l'art. 5, par. 5, della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, il quale dispone che “ogni persona vittima di arresto o di detenzione... ha diritto ad una riparazione”; a’’) l'art. 9, par. 5, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, che a sua volta prevede che “chiunque sia stato vittima di arresto o detenzione illegali ha diritto ad un indennizzo”.
Essendo state recepite tali disposizioni dal nostro ordinamento, in quanto la citata Convenzione europea è stata ratificata con legge 4.8.1955 n. 848 e il Patto internazionale reso esecutivo con legge 25.10.1977 n. 881, è risultato evidente l'obbligo del legislatore di disciplinare con legge ordinaria tale materia nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona, che hanno valore universale.
Tale rinvio alla legge ordinaria è anche previsto dalla Costituzione, e più precisamente dall'art. 24, ultimo comma, in base al quale “la legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari”. A sua volta l'art. 13 sancisce l'inviolabilità della libertà personale, conseguendone quindi la necessità di una disciplina particolare per gli errori in tema di custodia cautelare, sia essa subita in carcere sia agli arresti domiciliari, trattandosi di misure detentive che sono applicate prima della sentenza definitiva, quindi nella sola ipotesi che ci sia una previsione di un'alta probabilità di condanna, e trattandosi di un valore fondamentale nello Stato di diritto, che può essere sacrificato solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza e di esigenze cautelari specificamente individuate.
Infine, la legge-delega del codice processuale 16.2.1987 n. 81, all'art. 2, comma 1, n. 100, ha disposto che la disciplina della riparazione dell'ingiusta detenzione e dell'errore giudiziario debba essere attuata nell'ambito di un procedimento le cui linee guida debbano essere contenute nel codice di procedura penale, previsione che consente di determinare con certezza la natura dell'istituto nella legislazione vigente, attraverso una collocazione in sintonia con le disposizioni delle convenzioni internazionali, che fanno derivare la riparazione dalla violazione del diritto alla libertà e dalla necessaria eccezionalità della privazione di questo diritto.
Nella normativa italiana, quindi, in sintonia con un principio consacrato quanto meno in molti Stati, la riparazione per l'ingiusta detenzione non ha una funzione di risarcimento del danno, che, per la peculiarità della situazione, in taluni casi - come quello di una custodia cautelare particolarmente lunga subita da persona non adusa all'ambiente carcerario e poi risultata innocente - sarebbe comunque non compensabile, stante il danno non strettamente patrimoniale, per questo motivo tanto meno facilmente risarcibile; ma piuttosto sia la giurisprudenza che la dottrina la hanno inquadrata in una obbligazione di diritto pubblico che lo Stato assume verso colui che ha sofferto l'ingiusta detenzione; e quindi non per risarcirgli il danno, ma per indennizzarlo della carcerazione o comunque dell'arresto che non avrebbe dovuto subire, pur versandosi in responsabilità per un atto lecito dello Stato.
Ciò premesso, va osservato che dall'excursus dell'ampia normativa posta a base dell'art. 314 cod. proc. pen. risulta evidente che il “fondamento solidaristico” dell'obbligazione a carico dello Stato non trova il suo fondamento esclusivamente nell'esito del procedimento penale e nel limite di una soluzione assolutamente tranquillizzante di innocenza per il giudice chiamato a decidere sulla riparazione, quanto piuttosto nel principio etico e sociale di non violare il diritto fondamentale alla libertà di ogni essere umano; e la oggettiva lesione della libertà personale va inquadrata in qualsiasi situazione di eccesso del potere di limitazione di un bene costituzionalmente protetto.
Altra valutazione significativa è che tutte le fonti principali dell'istituto della riparazione per ingiusta detenzione (e anche quella di minore rilevanza, quale la legge-delega) non ricollegano il diritto all'indennizzo ad una formula di proscioglimento nel merito, ma anzi pongono in rilievo la necessaria eccezionalità della privazione del diritto di libertà, in quanto tale privazione comporta la contrazione dello sviluppo di ogni essere umano.
Su tali basi la Corte Costituzionale ha ritenuto manifestamente irragionevole e pertanto lesiva dell'art. 3 Cost. la scelta legislativa di limitare il diritto alla riparazione ai soli casi di assoluzione nel merito dalle imputazioni, quindi dando rilevanza a tale esito del procedimento penale piuttosto che all'incidenza che la custodia cautelare ha esercitato sul bene inviolabile della libertà personale dell'individuo.
Precisato, quindi, che non è di per sé automaticamente indennizzabile una lunga protrazione della custodia cautelare, trattandosi di “inconveniente fattuale” ed essendo probabile che ad una lunga carcerazione preventiva consegua una condanna di durata superiore, e valutata la costante giurisprudenza costituzionale secondo la quale sono prevalenti, nel bilanciamento tra interessi meritevoli di tutela, le esigenze di protezione della collettività rispetto al sacrificio temporaneo della libertà di chi non è stato giudicato in via definitiva, la Corte Costituzionale perviene ad una soluzione chiara della questione prospettata dalle Sezioni Unite e quindi della fattispecie in esame, che ha dato causa al giudizio di costituzionalità.
Il Giudice delle leggi afferma, infatti, che “ove la durata della custodia cautelare abbia ecceduto la pena successivamente irrogata in via definitiva è di immediata percezione che l'ordinamento, al fine di perseguire le predette finalità, ha imposto al reo un sacrificio direttamente incidente sulla libertà che, per quanto giustificato alla luce delle prime, ne travalica il grado di responsabilità personale”.
Pertanto, la pur legittima compressione della libertà non consente al legislatore di negare l'attivazione del meccanismo solidale di riparazione per ingiusta detenzione, per cui proprio la valutazione delle finalità di tutela della collettività che impongono alla persona il sacrificio di un bene primario costituisce il fondamento solidaristico della riparazione per ingiusta detenzione ed impone “costituzionalmente l'estensione alle ipotesi di detenzione cautelare sofferta in misura superiore alla pena irrogata o comunque a causa della mancata assoluzione nel merito”.
In altre parole la riparazione di cui all'art. 314 cod. proc. pen., se non applicata a tutti i casi in cui l'imputato ha subito una restrizione ingiusta del proprio diritto della libertà personale, viola l'art. 3 Cost.. Ne consegue che l'istituto è applicabile non solo nei casi di assoluzione dalle imputazioni, ma anche in quelli di proscioglimento per altra causa, non di merito, ed infine qualora la custodia cautelare sia stata di durata superiore rispetto alla pena irrogata con sentenza definitiva. E ciò anche se la sentenza della Corte Costituzionale n. 219 del 20.6.2008 ha precisato che “questa sentenza ha per oggetto - secondo quanto già osservato al punto 4 - la sola ipotesi, rilevante ai fini del giudizio a quo, in cui la pena definitivamente inflitta all'imputato, ovvero oggetto di una preclusione processuale che la sottragga a riforma nei successivi gradi di giudizio, risulti inferiore al periodo di custodia cautelare sofferto”.
L'ordinanza impugnata va quindi annullata a norma dell'art. 623 lett. a) cod. proc. pen. e il principio a cui si dovrà attenere il giudice di rinvio è il seguente: la riparazione per ingiusta detenzione spetta in caso di durata della custodia cautelare superiore alla misura della pena inflitta con la sentenza di primo grado, cui poi abbia fatto seguito una sentenza di appello dichiarativa della estinzione del reato per prescrizione.
Ulteriori precisazioni, di cui alcune già formulate, vanno comunque fatte a norma dell'art. 627, 3° comma, cod. proc. pen..
Il giudice di rinvio dovrà valutare il diritto alla riparazione, a norma del 1° comma dell'art. 314 cod. proc. pen., e quindi preliminarmente esaminare se nella specie sussistano cause di esclusione del diritto alla riparazione per dolo o colpa grave, anche se in relazione ai soli reati di associazione mafiosa (art. 416 bis cod. pen.) e di detenzione e porto di armi (artt. 10 e 12 legge 14.10.1974 n. 497), e limitatamente al periodo eccedente i dieci mesi di reclusione, non spettando la riparazione per la durata della pena inflitta, in quanto per il delitto di tentato omicidio tale valutazione è stata già eseguita (pag. 5 ordinanza impugnata) e non è stata oggetto di impugnazione alcuna da parte del P.G. ovvero del Ministero dell'Economia e delle Finanze.
La giurisprudenza di legittimità è costantemente orientata nel senso tracciato dalle sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 34559 del 15.10.2002, secondo la quale “in tema di riparazione per l'ingiusta detenzione, il giudice di merito, per valutare se chi l'ha patita vi abbia dato o concorso a darvi causa con dolo o colpa grave, deve apprezzare, in modo autonomo e completo, tutti gli elementi probatori disponibili, con particolare riferimento alla sussistenza di condotte che rivelino eclatante o macroscopica negligenza, imprudenza o violazione di leggi o regolamenti, fornendo del convincimento conseguito motivazione, che, se adeguata e congrua, è incensurabile in sede di legittimità”.
Qualora non si ravvisino cause di esclusione del diritto alla riparazione, relativamente al quantum debeatur, il giudice di rinvio dovrà sottrarre dal calcolo dell'indennizzo i primi dieci mesi di custodia cautelare sofferta, in quanto corrispondenti alla condanna inflitta in primo grado e non impugnata dal P.M..
Infine, la liquidazione dell'indennizzo, pur da determinare conciliando il criterio aritmetico con quello equitativo, in base all'orientamento espresso dalle sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 24287 del 9.5.2001, Ministero del Tesoro in proc. Caridi, e da numerose altre decisioni di legittimità, non può prescindere dalla indicazione contenuta nella sentenza della Corte Costituzionale del 20.6.2008 n. 219, secondo la quale “pare evidente che il grado di sofferenza cui è esposto chi, innocente, subisca la detenzione sia in linea di principio amplificato rispetto alla condizione di chi, colpevole, sia ristretto per un periodo eccessivo rispetto alla pena”. Precisa poi il Giudice delle leggi che “spetterà ai giudici comuni valutare le peculiarità di ciascuna fattispecie loro sottoposta, al fine di adeguarvi l'indennizzo previsto dalla legge, alla luce della compromissione del fondamentale valore della persona umana”.
Ne consegue che, pur affermandosi “in linea di principio” che il diritto dell'innocente sia da valutare in maniera privilegiata rispetto al diritto del colpevole, tale soluzione non ha carattere assoluto; e spetta al giudice di merito considerare la peculiarità della specifica situazione.
Pertanto, il giudice di rinvio dovrà uniformarsi ai principi di diritto indicati dalla Corte Costituzionale e da queste Sezioni Unite, valutando nel merito la specificità del caso sottopostogli e motivando in modo puntuale sulla entità della liquidazione dell'indennizzo, facendo buon uso dei poteri discrezionali a lui riservati.
P.Q.M.
La Corte annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame alla Corte di Appello di Reggio Calabria.

 

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