HOME                                                     Il risarcimento integrale

La Cassazione si pronuncia ormai costantemente per la personalizzazione dei danni non patrimoniali: il risarcimento  dei danni deve essere integrale, liquidato in ogni componente dei danni  accertati.
 
    Sentenza della Corte di cassazione n. 20630/2016 - riepilogo della liquidazione del danno   
 
 
Integralità del danno, Cassazione n. 16197/2015: "È appena il caso di ricordare che i principi enunciati dalla Corte di cassazione nel 2008 non stanno a significare che le somme da attribuirsi in risarcimento dei danni non patrimoniali alla vittime di lesioni personali debbano essere sempre e indiscriminatamente ridotte rispetto a quanto prima avveniva. Sono stati invece elaborati in vista della finalità opposta, di razionalizzare la complessa materia del risarcimento dei danni non patrimoniali, richiamando gli interpreti alla necessità di commisurare le somme attribuite all’effettiva esistenza ed entità dei danni, soprattutto in materia di danno alla persona ed all’integrità fisica, le cui conseguenze pregiudizievoli di carattere non patrimoniale sono indubbiamente molteplici, complesse e suscettibili di ampliamento “a cascata”. Da qui la sollecitazione a verificare che le varie voci di danno e la gamma dei pregiudizi che la realtà, e la fantasia degli interpreti, hanno saputo o sapranno ipotizzare quali conseguenze della lesione dell’integrità fisica (non solo il dolore fisico e psichico, che presentano rispetto al danno biologico un’autonomia concettuale chiara e facilmente individuabile; ma soprattutto il danno esistenziale e il danno alla vita di relazione nei loro molteplici risvolti – familiari, affettivi, amicali, sociali, ecc. – il c.d. danno alla qualità della vita, anche nelle sue più indirette e lontane manifestazioni, e simili) abbiano un’effettiva consistenza quali pregiudizi autonomi e diversi dai meri risvolti del danno biologico, sì da meritare un risarcimento aggiuntivo; e d’altro canto non si riducano a disagi o fastidi di carattere futile ed immeritevole di giuridica considerazione, quali ” le intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza” che “il dovere di solidarietà, di cui all’art. 2 Cost., impone a ciascuno di tollerare” (Cass. civ. n. 26972/2011)".
Cassazione sentenza n. 5342/2014: Come affermato nella sentenza a Sezioni Unite su cui la Corte d'Appello di Palermo ha fondato la decisione impugnata, il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, essendo compito del giudice accertare l'effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli. Pertanto, in tema di liquidazione del danno per la lesione del diritto alla salute, nei diversi aspetti o voci di cui tale unitaria categoria si compendia, l'applicazione dei criteri di valutazione equitativa, rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, deve consentirne la maggiore approssimazione possibile all'integrale risarcimento, anche attraverso la ed. personalizzazione del danno (Cass., Sez. Un., n. 26972/08). Questa Corte è pervenuta a ritenere valido criterio di riferimento ai fini della valutazione equitativa ex art. 1226 c.c., le tabelle per la liquidazione del danno biologico elaborate dal Tribunale di Milano, laddove la fattispecie concreta non presenti circostanze che richiedano la relativa variazione in aumento o in diminuzione, anche per le lesioni derivanti dalla circolazione stradale, che abbiano determinato una percentuale di invalidità superiore al 10% (Cass. n. 12408/11), come nel caso di specie.
Sebbene col ricorso non venga fatta valere come vizio di violazione di legge l'applicazione di tabelle diverse da quelle elaborate dal Tribunale di Milano (cfr. Cass. n. 12408/11, per l'ammissibilità della doglianza solo nel caso in cui la questione sia stata posta nel giudizio di merito), né si lamenti - se non con la memoria ex art. 378 cod. proc. civ. (che certo non può colmare le lacune del ricorso) - l'incongruità della motivazione per non aver dato conto della preferenza assegnata ad una liquidazione che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, risulti sproporzionata in difetto rispetto a quella cui si perverrebbe mediante l'adozione dei parametri esibiti dalle c.d. tabelle di Milano (cfr. Cass. n. 14402/11, per la possibile rilevanza di tale vizio), tuttavia il Collegio ritiene che colga nel segno il secondo motivo di ricorso laddove reputa incongrua la motivazione basata sulla liquidazione tabellare del danno biologico, perché ottenuta con l'impiego di tabelle delle quali la Corte non ha reso nota la provenienza (e, quindi, nemmeno controllabili i criteri di elaborazione) e comunque elaborate in modo da non considerare tutte le componenti non patrimoniali di questa tipologia di danno, tanto da rendere necessario un incremento, la cui quantificazione non appare adeguatamente supportata dalle risultanze processuali.
Detta incongruità consegue proprio alle ragioni per le quali questa Corte ha ritenuto di preferire come parametro di riferimento per la liquidazione equitativa del danno biologico le tabelle milanesi. Tra queste ragioni, oltre alla "vocazione nazionale" evidenziata dal già richiamato precedente n. 12408/11, vi è soprattutto quella data dal fatto che le "Tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all'integrità psico - fisica" del Tribunale di Milano sono state rielaborate all'esito delle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008. In particolare, esse hanno determinato il valore finale del punto utile al calcolo del danno biologico da invalidità permanente, procedendo ad un aumento dell'originario punto tabellare in modo da includervi la componente già qualificata in termini di “danno morale”, che si usava liquidare separatamente (nei sistemi tabellari antecedenti la pronuncia n. 26972 /08) con operazione che le Sezioni Unite hanno ritenuto non più praticabile. L'affermazione delle Sezioni Unite secondo cui siffatta componente rientra nell'area del danno biologico, del quale, ogni sofferenza fisica o psichica per sua natura intrinseca costituisce componente, non può certo essere intesa nel senso che di essa non si debba (più) tenere conto a fini risarcitori.
Giova precisare che si intende qui prescindere dalla questione della natura di tale componente dell'unitaria categoria del danno biologico e dalla possibilità di continuare ad utilizzare il sintagma "danno morale" a soli fini descrittivi, per indicare le sofferenze, di carattere, appunto, morale (vale a dire il dolore intimo o turbamento dell'animo), non coincidenti con il dolore fisico, su base organica, e con gli aspetti più propriamente dinamico-relazionali del danno alla salute (e con le relative conseguenze, anche di ordine esistenziale, dovute all'incidenza sulle attività vitali della lesione permanente dell'integrità psico-fisica). Questi ultimi, infatti, sono già considerati nel concetto omnicomprensivo del danno biologico, inteso anche come danno estetico e danno alla vita di relazione, e suscettibile di accertamento medico-legale; quindi, sono già presi a base della determinazione del grado di invalidità permanente, risultante dall'applicazione del barème.
Si intende piuttosto sottolineare che, esclusa la praticabilità della liquidazione separata di danno biologico e danno morale, si deve pervenire ad una liquidazione unitaria che tenga conto anche di questa peculiare componente a connotazione soggettiva.
Uno dei modi possibili per pervenire, necessariamente sempre in via equitativa, a questa liquidazione unitaria è 1'adozione di tabelle che includano nel punto base la relativa considerazione, dando perciò per presunta - quindi, in media, generalizzata, secondo l'id quod plerumque accidit - l'esistenza di un tale tipo di pregiudizio, pur se non accertabile per via medico-legale, operando perciò non sulla percentuale di invalidità, bensì con aumento equitativo della corrispondente liquidazione. Si tratta, come detto, di una presunzione, accettabile quanto meno per le invalidità superiori al 10%, rispetto alle quali può reputarsi "normale" che vi siano profili prettamente soggettivi di ansia, preoccupazione, turbamento, dispiacere, collegati al pregiudizio a fisico, salvo prova contraria, che può essere, a sua volta, anche presuntiva.
Così opinando, la liquidazione c.d. tabellare ben può considerare anche la componente prettamente soggettiva data dalla sofferenza morale conseguente alla lesione della salute, sia pure in una dimensione, per così dire, standardizzata, come risulta essere stato fatto con le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, alla stregua delle esplicazioni fornite in occasione della loro diffusione.
Consegue a quanto fin qui detto che, applicando il valore c.d. tabellare del punto, vale a dire il valore medio, pur se comprensivo della componente di pregiudizio soggettivo di cui si è fin qui detto, non si ha ancora la vera e propria personalizzazione del danno.
Onde valutare nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche, patite dal soggetto leso e pervenire al ristoro del danno nella sua interezza, il giudice, se ed in quanto vengano addotte circostanze che richiedano la variazione della liquidazione tabellare in aumento o in diminuzione, di queste dovrà tenere conto al fine di escludere od ammettere la personalizzazione, esplicitando in motivazione se e come abbia considerato tutte tali circostanze (cfr. Cass. n. 9231/13).
 
La personalizzazione del danno, cassazione sentenza 16516/2012  
«In materia di risarcimento danni, in caso di lesione di un diritto fondamentale della persona, la regola, secondo la quale il risarcimento deve ristorare interamente il danno subito, impone di tenere conto dell'insieme dei pregiudizi sofferti, ivi compresi quelli esistenziali, purché sia provata nel giudizio l'autonomia e la distinzione degli stessi, dovendo il giudice, a tal fine, provvedere all'integrale riparazione secondo un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico, tenga conto, pur nell'ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del e della gravità della lesione e, dunque, delle particolarità del caso concreto e della reale entità del danno.
11. Il danno non patrimoniale di cui all'art. 2059 cod. civ., costituisce un'unica voce di danno, che è però suscettibile di atteggiarsi con varie modalità e secondo molteplici aspetti, nei singoli casi: dal danno biologico, medicalmente accertabile, alle sofferenze fisiche ed emotive che concretizzano il c.d. danno morale; ai pregiudizi di carattere estetico 1 od alla vita di relazione, al c.d. danno esistenziale, ecc.).
12. Ciò significa che - nei casi simili a quello in esame, in cui il fatto illecito ha causato un danno biologico - all'importo determinato in risarcimento di tale voce di danno deve essere aggiunta una somma idonea a compensare le eventuali conseguenze non patrimoniali ulteriori, ove ricorrano gli estremi del pregiudizio morale, esistenziale, estetico, ecc. e sempre che tali aspetti possano considerarsi provati o risultino anche presuntivamente provati o comunque attendibili»

I danni vanno risarciti integralmente e vanno personalizzati - Cassazione sentenza n. 11609/2011: «Giova premettere che le Sezioni Unite di questa S.C., nel procedere alla sistemazione della figura del "danno non patrimoniale" hanno chiaramente affermato che, in tema di danno alla persona, il riconoscimento del carattere "omnicomprensivo" del risarcimento del danno non patrimoniale non può andare a scapito del principio della "integralità" del risarcimento medesimo. Secondo le Sezioni Unite, infatti, il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre; il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c., identificandosi con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, costituisce categoria unitaria non suscettiva di suddivisione in sottocategorie; il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno; é compito del giudice accertare l'effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione (affermazioni contenute nel punto 4.8 di cassazione S.U. n. 26972/08).         Ciò significa che la giurisprudenza di questa S.C., da un lato, ha ricondotto i danni risarcibili nell'ambito della classificazione bipolare stabilita dal legislatore, riassumendoli tutti nelle due categorie dei danni patrimoniali e dei danni non patrimoniali, specificando che le distinzioni elaborate dalla dottrina e dalla prassi fra danno biologico, danno per morte, danno esistenziale, ecc, hanno funzione meramente descrittiva; dall'altro lato, ha precisato che, nel procedere alla quantificazione ed alla liquidazione dell'unica categoria "danno non patrimoniale", il giudice deve tenere conto di tutti gli aspetti di cui sopra; se, pertanto, debbono essere evitate duplicazioni risarcitorie, mediante l'attribuzione di somme separate e diverse in relazione alle diverse voci (sofferenza morale, danno alla salute, danno estetico, ecc), i danni non patrimoniali debbono comunque essere integralmente risarciti, nei casi in cui la legge ne ammette la riparazione: nel senso che il giudice, nel liquidare quanto spetta al danneggiato, deve tenere conto dei diversi aspetti in cui il danno si atteggia nel caso concreto (v. cassazione n. 8360/10).    Nel caso di specie, procedendo al riconoscimento del danno morale soggettivo, la Corte territoriale non ha violato le indicate disposizioni di legge e non ha dato luogo ad un'inammissibile duplicazione, avendo attribuito tale componente del danno, dotata di logica autonomia in relazione alla diversità del bene protetto, che attiene ad un diritto inviolabile della persona ovvero all'integrità morale, quale massima espressione della dignità umana, desumibile dall'art. 2 Cost. in relazione all'art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell'U.E., contenuta nel Trattato di Lisbona (ratificato dall'Italia con legge n. 190/08), tenendo conto delle condizioni soggettive della vittima e della gravità del fatto (cassazione n. 29091/08; 5770/10). Parimenti, non sussistono né la violazione di legge, né l'insufficienza di motivazione lamentate nel sesto e nel settimo motivo. La Corte territoriale ha congruamente e correttamente riconosciuto un'ulteriore componente del danno non patrimoniale, distinta dal danno morale ed integrativa di quello quantificato a titolo di danno biologico, in considerazione che, a seguito dell'incidente e dell'insorta epilessia traumatica, il B. non aveva potuto coltivare gli esercizi di atletica pesante, in cui aveva ottenuto lusinghieri risultati, non aveva potuto continuare la pratica di commercialista, né coltivare la vita di relazione e sociale, isolandosi socialmente, alterando le proprie abitudini di vita, ciò anche a causa delle crisi depressive conseguenti ai frequenti attacchi di epilessia. Ciò dimostra che vi è stato un congruo e corretto apprezzamento delle risultanze processuali e che la decisione, sul piano giuridico, è in armonia con il richiamato principio della "integralità" del risarcimento del danno alla persona, il quale, per quanto concerne il "danno biologico", comporta che tale figura - che ha avuto espresso riconoscimento normativo nel d.lgs. n. 209 del 2005, artt. 138 e 139, recante il Codice delle assicurazioni private, va individuata nella "lesione temporanea o permanente all'integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un'incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di reddito", con una definizione suscettiva di generale applicazione, in quanto recepisce i risultati ormai definitivamente acquisiti di una lunga elaborazione dottrinale e giurisprudenziale (v., in tal senso, cassazione S.U. n. 26972/08, punto 2.13). Riconoscendo, pertanto, detta componente - in considerazione dei gravi postumi permanenti incidenti negativamente sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato - la Corte territoriale ha proceduto alla corretta "personalizzazione" del risarcimento del danno biologico (Cassazione n. 3906/10; 25236/09)».

Cassazione sentenza n. 8360/2010, integrale risarcimento dei danni: «La Corte di cassazione da un lato ha ricondotto i danni risarcibili nell'ambito della classificazione bipolare stabilita dal legislatore, riassumendoli tutti nelle due categorie dei danni patrimoniali e dei danni non patrimoniali, specificando che le distinzioni elaborate dalla dottrina e dalla prassi fra danno biologico, danno per morte, danno esistenziale, ecc, hanno funzione meramente descrittiva; dall'altro lato ha precisato che, nel procedere alla quantificazione ed alla liquidazione dell'unica voce "danno non patrimoniale", il giudice deve tenere conto di tutti gli aspetti di cui sopra.  Se pertanto debbono essere evitate duplicazioni risarcitorie, mediante l'attribuzione di somme separate e diverse in relazione alle diverse voci (sofferenza morale, danno alla salute, danno estetico, ecc), i danni non patrimoniali debbono comunque essere integralmente risarciti, nei casi in cui la legge ne ammette la riparazione: nel senso che il giudice, nel liquidare la somma spettante al danneggiato, deve tenere conto dei diversi aspetti in cui il danno si atteggia nel caso concreto».

Ancora sulla personalizzazione del danno e il  risarcimento di tutti i danni, Cassazione n. 2228/2012: «Come questa Corte - in termini generali in tema di liquidazione dei diversi aspetti o voci di cui l’unitaria categoria del danno non patrimoniale si compendia - ha già avuto modo di affermare, l’applicazione dei criteri di valutazione equitativa, rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, deve consentirne - sia in caso di adozione del criterio equitativo puro che di applicazione di criteri predeterminati e standardizzati (in tal caso previa la definizione di una regola ponderale commisurata al caso specifico: es., in base al valore medio del punto di invalidità calcolato sulla media dei precedenti giudiziari) -, la maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento.
A tal fine i criteri di liquidazione adottati dal giudice debbono essere pertanto idonei a garantire la c.d. personalizzazione del danno (v. cassazione, 29/3/2007, n. 7740; cassazione, Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).
Questa Corte (oltre a porre in rilievo che le tabelle del Tribunale di Milano risultano essere, in ragione della loro “vocazione nazionale” in quanto le statisticamente maggiormente testate, le più idonee ad essere assunte quale criterio generale di valutazione che, con l’apporto dei necessari ed opportuni correttivi ai fini della c.d. personalizzazione del ristoro, consenta di pervenire alla relativa determinazione in termini maggiormente congrui, sia sul piano dell’effettività del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione - nel rispetto delle diversità proprie dei singoli casi concreti - sul territorio nazionale: v. cassazione, 7/6/2011, n. 12408; cassazione, 30/6/2011, n. 14402; cassazione, 12/7/2006, n. 15760) ha al riguardo sottolineato che il mero riferimento ad una percentuale di quanto liquidato a titolo di risarcimento del danno biologico non consente invero di cogliere quale sia stato il punto di riferimento dai giudici di merito in concreto preso in considerazione nel caso di specie ai fini della debita personalizzazione della liquidazione del danno morale (cfr. cassazione, 13/5/2011, n. 10528; cassazione, 28/11/2008, n. 28423; cassazione, 29/3/2007, n. 7740; cassazione, 12/7/2006, n. 15760), giacché l’adozione di meccanismi semplificativi di : liquidazione di tipo automatico sono inidonei a far intendere in quali termini si sia al riguardo tenuto conto della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entità della relativa sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, al fine di potersi essa considerare congrua ed adeguata risposta satisfattiva alla lesione della dignità umana (cfr. cassazione, 10/3/2010, n. 5770; cassazione, 12/12/2008, n. 29191. V. altresì cassazione, 12/9/2011, n. 18641; cassazione, 19/1/2010, n. 702).
Orbene, nell’affermare che “la liquidazione del danno morale in favore del minore, calcolata dal giudice in ragione della metà del danno biologico, è da reputarsi congrua ed adeguata al caso concreto ed in linea con i criteri utilizzati anche da questa Corte”, la corte di merito ha invero disatteso i suindicati principi, sicché della medesima s’impone la cassazione in relazione».

 

 
Note legali

Corte di Cassazione, sezione III civile, sentenza 13 ottobre 2016, n. 20630

Suprema Corte di Cassazione   sezione III civile

sentenza 13 ottobre 2016, n. 20630

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE  -  SEZIONE TERZA CIVILE

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il (........ ) (........ ) rimase vittima d’un sinistro stradale, mentre era trasportato su un veicolo condotto da (........ ), di proprietà di (........ ) ed assicurato dalla società (........ ) s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale, in (........ ) s.p.a.; d’ora innanzi, per brevità, “la (........ )”).

In conseguenza del sinistro (........ ) patì gravissime lesioni personali.

2. Per ottenere il risarcimento dei danni conseguiti al sinistro sia (........ ), sia la madre (Tedesco Giuseppina) ed il fratello della vittima ( (........ )), convennero dinanzi al Tribunale di Bologna (........ ), (........ ) e la (........ ).

Si costituirono tutti e tre i convenuti, contestando solo il quantum.

3. Il Tribunale di Bologna con sentenza 22.5.2009 n. 2581 liquidò il danno patito da (........ ) in Euro 1.767.811; quello patito dalla di lui madre in Euro 192.381.

Di conseguenza, previa detrazione degli acconti già pagati prima della sentenza, condannò i convenuti in solido al pagamento in favore di (........ ) della somma di Euro 72.456,09, e di (........ ) della somma di Euro 67.381,35.

Ritenne, infine, già integralmente risarcito in corso di causa il danno patito da (........ ).

4. La sentenza fu impugnata da (........ ) ed (........ ), i quali chiesero una più cospicua liquidazione del danno.

La Corte d’appello di Bologna con sentenza 8.4.2013 n. 401 accolse parzialmente l’appello. In particolare:

a) incrementò di Euro 85.984 la stima del danno per spese mediche e di cura, e condannò gli appellati al pagamento del relativo importo in favore solidalmente di (........ ) ed (........ );

b) rigettò l’appello nella parte in cui domandava:

-) l’esclusione del concorso di colpa della vittima per mancato uso delle cinture di sicurezza;

-) l’incremento della liquidazione del danno non patrimoniale;

-) l’incremento della liquidazione del danno da perdita della capacità di lavoro.

5. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da (........ ) e (........ ) con ricorso fondato su due motivi ed illustrato da memoria.

Ha resistito con controricorso la (........ ).

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, (si lamenta, in particolare, la violazione degli articoli 2697 e 2909 c.c.); sia dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, (nel testo modificato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134). Deducono, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere che la vittima non avesse allacciato le cinture; soggiungono che comunque, anche se così fosse stato, la responsabilità dell’omissione andava comunque ascritta al conducente, per essersi messo in marcia senza pretendere dai passeggeri l’adozione di tale precauzione.

1.2. Nella parte in cui lamenta il vizio di violazione di legge il motivo è infondato.

Stabilire se la vittima d’un fatto illecito abbia o meno concorso alla causazione del danno, infatti, è un tipico accertamento di fatto, non certo una valutazione in diritto. E nel caso di specie i ricorrenti censurano giustappunto il modo in cui il giudice di merito ha ricostruito la prova presuntiva. Censura inammissibile, poichè cozza contro il consolidato e pluridecennale orientamento di questa Corte, secondo cui non è consentita in sede di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella compiuta dal giudice di merito, a nulla rilevando che quelle prove potessero essere valutate anche in modo differente rispetto a quanto ritenuto dal giudice di merito (ex permultis, Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010, Rv. 612747; Sez. 3, Sentenza n. 13954 del 14/06/2007, Rv. 598004; Sez. L, Sentenza n. 12052 del 23/05/2007, Rv. 597230; Sez. 1, Sentenza n. 7972 del 30/03/2007, Rv. 596019; Sez. 1, Sentenza n. 5274 del 07/03/2007, Rv. 595448; Sez. L, Sentenza n. 2577 del 06/02/2007, Rv. 594677; Sez. L, Sentenza n. 27197 del 20/12/2006, Rv. 594021; Sez. 1, Sentenza n. 14267 del 20/06/2006, Rv. 589557; Sez. L, Sentenza n. 12446 del 25/05/2006, Rv. 589229; Sez. 3, Sentenza n. 9368 del 21/04/2006, Rv. 588706; Sez. L, Sentenza n. 9233 del 20/04/2006, Rv. 588486; Sez. L, Sentenza n. 3881 del 22/02/2006, Rv. 587214; e così via, sino a risalire a Sez. 3, Sentenza n. 1674 del 22/06/1963, Rv. 262523, la quale affermò il principio in esame, poi ritenuto per sessant’anni: e cioè che “la valutazione e la interpretazione delle prove in senso difforme da quello sostenuto dalla parte è incensurabile in Cassazione”).

1.3. Nella parte in cui sostiene che la colpa consistita nell’omesso uso delle cinture di sicurezza si sarebbe dovuta attribuire al conducente il motivo è tanto inammissibile quanto infondato:

– è inammissibile perchè la questione non risulta prospettata in precedenza (ovvero, il che ai fini dell’inammissibilità nulla cambia, i ricorrenti non indicano ex articolo 366 c.p.c., n. 6, quando ed in che termini sollevarono la relativa questione);

– è infondato perchè la regola invocata dai ricorrenti è esattamente quella applicata dalla Corte d’appello, la quale ha reputato che l’omesso uso delle cinture abbia concausato il danno nella misura del 30%, e di tale percentuale ha attribuito la metà al conducente, e la metà (15%) al passeggero.

1.4. Nella parte, infine, in cui lamenta il vizio di omesso esame d’un fatto decisivo, ex articolo 360 c.p.c., n. 5, il motivo è inammissibile, perchè non viene prospettato alcun “omesso esame di fatti decisivi”.

Vale la pena ricordare, al riguardo, che le Sezioni Unite di questa Corte, nel chiarire il senso del nuovo articolo 360 c.p.c., n. 5, hanno stabilito che per effetto della riforma “è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).

Nella motivazione della sentenza appena ricordata, inoltre, si precisa che “l’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti”.

Alla luce di tale criterio è agevole rilevare che il “fatto storico” rappresentato dalla condotta del conducente e della vittima fu preso i esame dal giudice, e che quel di cui i ricorrenti si dolgono è in realtà il modo in cui il giudice ha valutato le prove e ricostruito i fatti: doglianza, per quanto detto, non ammissibile.

2. Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Col terzo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano che la sentenza impugnata sarebbe affetta:

-) sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3.

(lamentano, in particolare, la violazione degli articoli 2, 3, 13, 22, 27 e 32 Cost.; articolo 2043, 2059 e 2909 c.c.; articolo 112 e 132 c.p.c.; Decreto Legislativo 7 settembre 2005, n. 209, articolo 138);

-) sia da un vizio di nullità processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4;

-) sia dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, (nel testo modificato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).

Il motivo, pur formalmente unitario, contiene in realtà sei doglianze (confusamente esposte ed incoerenti rispetto alla sua intitolazione), così riassumibili:

(a) il danno non patrimoniale patito da (........ ) è stato sottostimato, perchè non si è tenuto conto della sua componente “dinamica”; del danno morale e del danno esistenziale;

(b) il danno non patrimoniale patito dalla madre della vittima è stato sottostimato;

(c) il danno per spese di assistenza infermieristica e cure future è stato sottostimato;

(d) il danno da perdita della capacità di lavoro è stato sottostimato;

(e) non è stato liquidato il danno da perdita di chance di successo professionale;

(f) la Corte d’appello ha omesso di pronunciarsi sul motivo d’appello concernente i criteri di scomputo degli acconti pagati dalla (........ ) prima della sentenza”.

3. Nella parte in cui lamenta la nullità processuale il motivo è manifestamente infondato. Lo stesso ricorrente, infatti, nella illustrazione del motivo non descrive alcun error in procedendo, ma solo in iudicando.

4. Nella parte in cui lamenta l’omesso esame d’un fatto decisivo il motivo è altrettanto inammissibile, per le ragioni già indicate al § 1.4 che precede.

5. Nella parte in cui lamenta la violazione di ben 13 diverse disposizioni di legge (la maggior parte delle quali non pertinenti) il motivo è manifestamente infondato in ciascuna delle doglianze in cui si articola. Esse saranno esaminate, per maggior chiarezza, separatamente nei §§ che seguono.

6. La censura sul danno non patrimoniale patito da (........ ).

6.1. Con la prima censura del secondo motivo (........ ) lamenta che la Corte d’appello avrebbe violato le regole legali di liquidazione del danno perchè non avrebbe proceduto alla c.d. “personalizzazione” del risarcimento, ovvero non avrebbe adattato la misura standard del risarcimento alle specificità del caso concreto. Specificità che, per il ricorrente, derivavano dalla grave invalidità patita dalla vittima (90% della complessiva validità dell’individuo), la quale aveva necessariamente provocato gravi pregiudizi definiti dal ricorrente “danno biologico dinamico” e “danno esistenziale”.

6.2. La censura è manifestamente infondata.

Prima di esaminarla nel merito, sarà bene ricordare alcuni principi basilari della materia, dai quali il ricorrente prescinde del tutto.

Primo: il danno non patrimoniale è una categoria unitaria ed omnicomprensiva. Non esistono pregiudizi non patrimoniali tra loro “ontologicamente” differenti; esiste in iure la categoria del danno non patrimoniale, ed in facto le singole forme concrete che esso può assumere (lesione dell’onore, della reputazione, del nome, della salute, e via dicendo).

Da ciò consegue che per stabilire se il giudice di merito abbia rispettato o meno i criteri di liquidazione del danno non patrimoniale non si deve avere riguardo alle formule definitorie da lui usate (come “danno morale”, “danno biologico”, “danno alla vita di relazione”, e via dicendo), ma occorre esaminare quali siano stati i concreti pregiudizi dedotti dalla vittima e provati, e quali i pregiudizi dei quali il giudice ha tenuto conto nella operazione di monetizzazione.

Secondo: non è consentito chiamare pregiudizi identici con nomi diversi, per pretenderne una doppia valutazione e liquidazione.

Terzo: colui il quale lamenti in sede di legittimità una sottostima del danno non patrimoniale da parte del giudice di merito, ha l’onere di indicare chiaramente quali sono stati i concreti pregiudizi dedotti e provati, ma non esaminati dal giudice di merito.

6.3. Nel caso di specie, il Tribunale aveva liquidato il danno non patrimoniale patito da (........ ):

– quantificando coi consueti criteri l’invalidità permanente del 90%;

– accordando alla vittima una ulteriore somma, di poco inferiore alla prima, al fine di compensare la “sofferenza morale”.

Il ricorrente censura tale statuizione sulla base di due assunti:

(a) che il giudice non ha “personalizzato” il risarcimento;

(b) che la personalizzazione del risarcimento era dovuta a causa dell’elevato grado di invalidità permanente patito dalla vittima (90%).

Nessuna di queste censure è fondata.

6.4. In primo luogo, la Corte d’appello ha correttamente applicato il principio secondo cui la liquidazione del danno non patrimoniale derivato da una lesione della salute si articola in due fasi: la prima consistente nell’individuazione di un parametro standard uguale per tutti, necessario per garantire parità di risarcimento a parità di danno; e la seconda consistente nell’adeguare la misura standard alle specificità del caso concreto, con variazioni qualitativa (ad es., liquidazione in forma di rendita piuttosto che in forma di capitale) o quantitative (aumentando o riducendo il valore standard).

Stabilire, poi, quale dovesse essere la misura del suddetto risarcimento (se 10, 100 o 1.000) non è questione prospettabile in questa sede, salvo il caso di iniquità manifesta, certamente non sussistente in un caso come quello di specie, nel quale alla vittima è stato accordato un risarcimento di quasi due milioni di Euro.

6.5. In secondo luogo, è giuridicamente erronea l’affermazione del ricorrente, secondo cui la misura standard del risarcimento del danno biologico debba essere dal giudice di merito aumentata sempre e comunque, per il solo fatto che l’invalidità causata dalle lesioni sia di grado elevato.

In rerum natura, il danno alla salute non consiste in un numero percentuale. Esso consiste invece nel complesso delle privazioni che la vittima dovrà subire nella vita quotidiana, lavorativa e sociale per effetto della menomazione.

Così, ad esempio, lo zoppicare è un danno biologico; la perduta possibilità di curare da sè la propria persona è un danno biologico, lo sfregio permanente del volto è un danno biologico.

È solo per convenzione, e per garantire un minimo di obiettività nella liquidazione del danno, che questi pregiudizi vengono quantificati in misura percentuale, ipotizzando per fictio iuris che sia pari a “100” la validità d’una persona sana, dello stesso sesso e della stessa età della vittima.

Ciò vuol dire che la somma di denaro accordata alla vittima di lesioni personali a titolo di risarcimento del danno da invalidità permanente è necessariamente intesa a ristorare la perdita delle attività che quella menomazione necessariamente ha comportato per la vittima, ed avrebbe comportato comunque quale che fosse stata la persona che l’avesse subìta. Così, per fare un esempio: a chi riporti uno sfregio permanente del viso corrispondente ad una invalidità permanente del 10%, la liquidazione del danno biologico permanente non lascia spazio alcuno per la successiva liquidazione di un preteso “danno estetico”: in questo caso il danno biologico è il danno estetico, e la liquidazione dell’invalidità permanente ristorerà le conseguenze fisiche ordinariamente derivanti da quel tipo di postumi.

Allo stesso modo, alla vittima di una frattura d’anca guarita con coxartrosi non sarebbe possibile liquidare una somma di denaro a titolo di ristoro del danno biologico, ed una ulteriore somma di denaro a titolo di ristoro della “perduta possibilità di camminare”. Anche in questo caso la perduta possibilità di camminare è essa stessa il danno biologico, e ne costituisce per così dire – il contenuto (così, da ultimo, Sez. 3, Sentenza n. 23778 del 07/11/2014, Rv. 633405).

Nel caso di specie, la vittima ha patito una invalidità permanente del 90%. Una invalidità di questo tipo incide ovviamente in modo pesante sulla vita di relazione della vittima.

Sicchè, quando la dottrina medico-legale elabora i propri barémes per la determinazione del grado di invalidità permanente, questa incidenza delle lesioni sulla vita di relazione è necessariamente ricompresa nel grado di invalidità permanente: diversamente opinando, non si comprenderebbe più quale dovrebbe essere il contenuto oggettivo della nozione di “danno biologico”.

Ovviamente, ben può accadere che nel singolo caso i postumi permanenti causati dalla lesione fisica provochino una più incisiva compromissione della vita di relazione della vittima, rispetto ai casi analoghi: ma tale circostanza deve da un lato entrare nel processo con le debite forme (e cioè essere tempestivamente allegata da chi la invoca); e dall’altro deve essere adeguatamente provata.

Nel caso di specie la difesa del ricorrente non ha indicato – al di là di stereotipe e per ciò solo irrilevanti formule di stile – per quale ragione le lesioni patite dallo sventurato (........ ) abbiano provocato una compromissione della vita di relazione maggiore e più significativa di quella che le medesime lesioni avrebbero provocato in un’altra persona della stessa età, e che necessariamente vengono ristorate attraverso la monetizzazione del grado di invalidità permanente col criterio standard. Corretta dunque fu la decisione della Corte d’appello quanto al criterio di giudizio; nel merito essa non è qui sindacabile.

7. La censura sul danno non patrimoniale patito da (........ ).

7.1. Con una seconda censura contenuta nel secondo motivo di ricorso (........ ) lamenta la sottostima del danno non patrimoniale da lei patito in conseguenza della invalidità del figlio.

7.2. Il motivo è manifestamente inammissibile, in quanto non solo prospetta una quaestio facti, ma per di più argomentata con una tautologia: vi si sostiene infatti, in buona sostanza, che i 125.000 Euro liquidati dal Tribunale e confermati dalla Corte d’appello erano insufficienti, ed occorreva liquidare almeno 200.000 Euro.

8. La censura sul danno patrimoniale per assistenza infermieristica.

8.1. La terza censura contenuta nel secondo motivo di ricorso investe la stima del danno patrimoniale futuro per le spese di assistenza e cura.

8.2. Il motivo è inammissibile ai sensi dell’articolo 366 c.p.c., n. 6.

I ricorrenti infatti deducono (pp. 18-19 del ricorso) che (........ ) ha bisogno di assistenza giornaliera per almeno sei ore; che ha bisogno di visite periodiche di controllo, di terapie riabilitative e di farmaci. E quantificano i costi di ciascuna di tali attività.

Ma una censura così concepita non mette in condizione questa Corte di valutare se la sentenza impugnata sia corretta o meno. I ricorrenti, infatti si limitano a riproporre a questa Corte mere circostanze di fatto, come se spettasse al giudice di legittimità decidere del quantum debeatur.

La corretta formulazione del motivo di ricorso avrebbe richiesto che i ricorrenti deducessero:

-) in che termini formularono nel merito la domanda di risarcimento del danno per le spesse di cura ed assistenza future;

-) con quali prove ne dimostrarono l’esistenza;

-) quando tali prove furono acquisite;

-) perchè dovesse ritenersi erronea la scelta del giudice di trascurare tali prove.

Questi sono i precetti imposti dall’articolo 366 c.p.c., nn. 3 e 6, e articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4.

Nel caso di specie pertanto i ricorrenti, limitandosi a dedurre che “il danno patito dall’attore è “X”, mentre la Corte ha liquidato “Y”, hanno formulato una censura inammissibile ai sensi delle norme appena ricordate.

8.3. Solo per completezza e per ricordare ai litiganti il dovere di probità processuale, va ancora soggiunto che in ogni caso la censura relativa alla sottostima delle spese future non risulta proposta nel giudizio d’appello (cfr. p. 4 della sentenza impugnata, ed ivi la trascrizione delle conclusioni delle parti), e dunque sarebbe comunque inammissibile perchè nuova.

9. La censura sul danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro di (........ ).

9.1. Con una quarta censura (........ ) lamenta che il Tribunale prima, e la Corte d’appello poi, hanno sottostimato il danno da perdita della capacità di lavoro.

Deduce che, essendo verosimile che (........ ) avrebbe svolto l’attività di calciatore professionista se fosse rimasto sano, il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro si sarebbe dovuto liquidare ponendo a base del calcolo non le metà del presumibile ingaggio d’un calciatore militante in una squadra di “serie A”, come fatto dal giudice di merito, ma l’intero ingaggio.

9.2. Il motivo è manifestamente inammissibile.

Anch’esso infatti, come buona parte delle censure già esaminate, sollecita da questa Corte una nuova e diversa valutazione dei fatti rispetto a quella compiuta dalla Corte d’appello.

Esso è in ogni caso infondato, perchè il criterio seguito dal Tribunale (e poi dalla Corte d’appello) non fu affatto scorretto. La vittima era un promettente calciatore, ma aveva 15 anni; il Tribunale ha dunque liquidato il danno ponendo a base del calcolo la metà del reddito di un calciatore di “serie A”: ciò sull’evidente presupposto (ancorchè non esplicitato) che se fosse rimasta sana, la vittima avrebbe raggiunto quel livello di reddito non immediatamente, ma solo dopo un certo numero di anni. Quindi anzichè calcolare il danno su redditi crescenti (ad es., 100 il primo anno, 120 il secondo, e così via), l’ha calcolato su un valore medio. E questa è una puntuale applicazione dell’articolo 1226 c.c..

10. La censura sul danno patrimoniale da perdita della chance di successo lavorativo.

10.1. Con una quinta censura del secondo motivo di ricorso, il ricorrente (........ ) lamenta che la Corte d’appello non avrebbe liquidato il danno da perdita di chance di successo professionale.

10.2. Il motivo è manifestamente infondato.

Un danno da perdita di chance è ovviamente alternativo rispetto al danno da lucro cessante futuro da perdita del reddito. Se c’è l’uno non può esserci l’altro, e viceversa.

Delle due, infatti l’una: o la vittima dimostra di avere perduto un reddito che verosimilmente avrebbe realizzato, ed allora la spetterà il risarcimento del lucro cessante; ovvero la vittima non dà quella prova, ed allora le può spettare il risarcimento del danno da perdita di chance.

Nel nostro caso il Tribunale ha liquidato alla vittima il risarcimento del danno patrimoniale da perdita dei redditi futuri, e dunque correttamente non ha preso in esame l’ipotesi della perdita di chance. Se si sommasse questo risarcimento a quello da lucro cessante si realizzerebbe una duplicazione risarcitoria, e la vittima verrebbe addirittura a trovarsi in una situazione patrimonialmente più favorevole di quella in cui si sarebbe trovata se fosse rimasta sana.

11. La censura concernente i criteri di scomputo degli acconti

11.1. Con una sesta censura i ricorrenti lamentano che la Corte d’appello avrebbe erroneamente compiuto le operazioni di detrazione, dal risarcimento complessivamente dovuto, degli acconti pagati dalla (........ ) in corso di causa.

11.2. La censura è inammissibile per difetto di interesse, ai sensi dell’articolo 100 c.p.c..

I ricorrenti infatti non indicano nè il criterio di scomputo adottato dal Tribunale, nè il diverso criterio che si sarebbe dovuto adottare. In questo modo non è possibile stabilire se essi abbiano un interesse concreto ed attuale a far valere l’omessa pronuncia su tale questione.

12. Le spese.

12.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico dei ricorrenti, ai sensi dell’articolo 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

12.2. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dall’articolo 1, comma 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228).

P.Q.M.

la Corte di cassazione, visto l’articolo 380 c.p.c.:

(-) rigetta il ricorso;

-) condanna (........ ) e (........ ), in solido, alla rifusione in favore di …………… delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 5.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex articolo 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di ……………  e  …….in solido, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

 
 
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